Scheda Film
Di un dramma privato in cui si affrontano una moglie sessualmente frustrata e un marito collerico e amareggiato che affoga nel vino le sue difficoltà coniugali e professionali, Pagliero fa una tragedia ordinaria in cui le trame del destino e del caso si intrecciano per far morire, quasi in modo fortuito, lo scaricatore di porto licenziato. Saldamente radicato nella vita quotidiana dei portuali di Le Havre – Pagliero mostra il lavoro delle squadre, i capicantiere, il padrone che controlla e condanna, il povero nero malato di tubercolosi che rifiuta di far valere i suoi diritti e che morirà dopo un’agonia, vegliato da un’anziana coraggiosa (Fréhel è forte e commovente come in Il bandito della Casbah) –, il film ha il suo fulcro narrativo nel bar d’Albert (Yves Deniaud) dove si bevono bianchini di giorno e cognac o whisky la sera: ecco l’attacco al morale della classe operaia, secondo il titolo del celebre articolo di Roger Boussinot su “L’Écran français”. Là si ritrovano i marinai e le ragazze, i portuali e i poliziotti che indagano sulla morte dell’operaio precipitato nel grande bacino di carenaggio. Pagliero descrive tutto questo senza la minima fioritura; osserva e descrive i comportamenti, senza esprimere alcun giudizio morale; delega al suo protagonista, il capocantiere Jean (Jean-Pierre Kérien), il compito di essere ‘l’uomo che cammina per la città’, una specie di intermediario legato a tutti i personaggi del dramma, uno che osserva e che annega nell’alcol una sorta di disperazione che appare come indifferenza. E poi, sullo sfondo, c’è la presenza eccezionale di Le Havre: all’epoca delle riprese nel giugno-luglio 1949 è ancora in gran parte distrutta, una città di rovine, di terreni abbandonati dove i panni si asciugano su grandi stenditoi, di chiese solitarie, di case che cadono a pezzi sostenute da stralli di legno, di bambini che giocano in mezzo alle macerie (pensiamo a Germania anno zero di Rossellini).