Scheda Film
La differenza con tutto quello che il cinema ha fatto su questo argomento prima del Selvaggio è davvero enorme. Non che fossero mancati in passato film sulle bande di adolescenti. […] Ma tutti insistevano sulle cause sociali del ‘disadattamento’ e sulla democratica possibilità di superarle.
Quei ribelli avevano se non una causa almeno dei motivi sociali precisamente individuabili per ribellarsi. Con gli anni Cinquanta si assiste a un fenomeno del tutto diverso. La ribellione giovanile è without a cause, come il titolo originale di Gioventù bruciata reciterà meno di due anni dopo II selvaggio. E le sue radici sono più generazionali e psicologiche che non sociali. […] Benedek pone per primo l’accento su connotazioni nuove della rivolta: l’interclassismo generazionale, l’assenza di obiettivi, il rischio che ne consegue di una violenza del tutto gratuita e fine a se stessa […]. Con tutti i suoi limiti II selvaggio è davvero un film ‘capofila’, che ha agito nel tempo più che nell’immediato ma che è entrato a far parte di un immaginario collettivo internazionale come pochi altri. […]
E Brando? Quando II selvaggio uscì in Inghilterra nel 1968, Raymond Durgnat, uno dei migliori critici inglesi, scrisse che “lo stile stridente di Brando ha una potenza che non è datata, e le parzialmente datate ‘associazioni’ del metodo non fanno che intensificare l’atmosfera di una causa persa, di un’anima persa […]”. Presenza fisica immediata e centrale sin da quando compare nella prima scena del film (una strada su cui lentamente avanzano rombando i Black Rebels, Johnny in testa) la sua immagine è definita nella sua novità ed estraneità: la moto, il cuoio, la t-shirt col bordo del collo nero, gli occhialoni scuri, il berrettone sportivo e l’espressione impassibile, da vero duro. Leader della sua banda, ne è anche la presenza più massiccia. Alla sguaiataggine degli altri replica con un silenzio musone. È nelle scene con Kathie che rivela tutta la sua fragilità. Girate, le principali, con dialoghi per buona parte improvvisati, mai come in esse è stato così mumbling, borbottante, per l’incapacità di esprimere ciò che sente. È il borbottio ed è lo sguardo a definirne l’anima – la difficoltà profonda a capire e quella a tradurre in parole ciò che arriva a capire di sé.
Goffredo Fofi