Scheda Film
Ci sono tre donne dietro The Red Kimona, compatto dramma sociale sui pericoli della prostituzione e le insidie della sottomissione. La prima è la produttrice Dorothy Davenport Reid – accreditata come ‘Mrs. Wallace Reid’ in onore del defunto marito –, che non solo supervisionò la produzione ma appare anche all’inizio e alla fine del film per rivolgersi solennemente alle spettatrici. Reid, che esordì come attrice e in seguito passò alla regia, aveva già prodotto altre due storie edificanti ‘socialmente impegnate’ sui pericoli della tossicodipendenza (Human Wreckage, 1923) e dell’eccessiva indulgenza nell’educazione dei figli (Broken Laws, 1924).
La seconda donna è Adela Rogers St. Johns, a cui si deve la storia originale. Giornalista e scrittrice, acuta osservatrice della Hollywood delle origini, St. Johns trasse ispirazione da un fatto di cronaca che aveva fatto scalpore: una giovane donna era stata processata e assolta per l’omicidio dell’uomo responsabile della sua ‘caduta in disgrazia’.
Dorothy Arzner, affermata montatrice e sceneggiatrice prossima al suo esordio alla regia, adattò per lo schermo la storia di St. Johns. La sceneggiatura di Arzner rimane fedele all’originale, conservando l’omicidio, il processo e la benefattrice superficiale che sfrutta la donna dopo l’assoluzione. Tuttavia, mentre St. Johns conclude la sua storia con l’eroina che, non riuscendo a trovare un impiego onesto in California, compra un biglietto per tornare a New Orleans (e presumibilmente alla sua vecchia vita), Arzner spinge la trama oltre, offrendo un barlume di speranza redentrice sullo sfondo della Prima guerra mondiale.
A tratti moraleggiante e didascalico, The Red Kimona abbonda anche di accattivanti raffinatezze visive – dal kimono del titolo a una gioiosa scena sulle montagne russe. Quando il film uscì, la donna che aveva ispirato il racconto di St. Johns e il cui vero nome fu mantenuto nella sceneggiatura di Arzner, fece causa a Reid per aver usato senza permesso la sua storia e la sua identità, rivendicando il diritto alla privacy: amara ironia della sorte per un film che invoca la riabilitazione di donne come lei.
Kate Saccone