Scheda Film
Fino a I Remember Mama Stevens filmò la vita delle persone. Da quel momento in poi cominciò a volere di più, a voler entrare dentro i suoi personaggi. Questa profonda empatia culminò nel film più sottovalutato della sua carriera, un tesoro nascosto: Something to Live For. Prendete il Ray Milland alcolizzato di Giorni perduti e immaginatelo sobrio, maturo, sposato, padre di due bambini e affermato pubblicitario. Eppure gli manca qualcosa, la sua vita ormai somiglia a una pubblicità. Avendo deciso di spendersi per una buona causa nel tempo libero, un giorno riceve una richiesta di soccorso degli Alcolisti Anonimi e quando si precipita ad aiutare la persona in difficoltà scopre che è una donna: Joan Fontaine nei panni di un’attrice sul viale del tramonto. La salva, si innamorano, lei riporta la vitalità nell’esistenza di lui, che a detta della moglie (interpretata da Teresa Wright) è diventata sin troppo sobria. In seguito le loro vite migliorano, ma come in tanti film di Stevens il dolore e il senso di perdita restano. Dwight Taylor, autore della delicata sceneggiatura originariamente intitolata Mr and Miss Anonymous, si era ispirato a sua madre, attrice e alcolista. Stevens entrò nel progetto quando era ancora impegnato nel montaggio di A Place in the Sun. Le riprese iniziarono nel maggio 1950, ma l’insuccesso di una preview nell’agosto del 1951, in concomitanza con la distribuzione in sala di A Place in the Sun, fece slittare al marzo del 1952 l’uscita del film, che non si salvò comunque dal fiasco commerciale e fu così condannato all’oblio. In seguito anche i critici e perfino gli autori di monografie su Stevens (come Donald Richie e Marilyn Ann Moss) si sono sentiti legittimati a ignorare e sottovalutare il film. Eppure la regia, con il suo raffinato senso del disordine spaziale, dell’ingarbugliamento e dell’ineluttabilità, è assolutamente magistrale. I personaggi, vulnerabili, sono intrappolati in bar, camere d’albergo, uffici, ascensori, e, in una sequenza degna di Bergman e Rossellini, in una camera funeraria egizia dentro un museo, luogo improbabile per la riaffermazione dei legami umani. Cercano un amore che è perduto ancor prima di essere trovato. Il sogno romantico fallisce, ma lo spettacolo teatrale che chiude il film è solo all’inizio. È un trionfo dell’artificio e del conformismo? Il film cupo e tenero di Stevens ti lascia con questo dubbio come mai nessun altro ha fatto.
Ehsan Khoshbakht
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