Scheda Film
Seed segna un importante sviluppo della carriera di John M. Stahl. Dopo essersi distinto all’epoca del muto per il suo atteggiamento critico nei confronti del matrimonio e delle sue amarezze, con il suo secondo film parlato Stahl realizza un dramma delicatamente implacabile e sommessamente radicale degno di Mikio Naruse. Apre così la strada a una serie di melodrammi maturi in cui il tema della dedizione femminile è trattato con ambivalenza e adesione spontanea, abbracciando i grandi amori cui le eroine si donano senza riserve ma constatando con sguardo freddo e perspicace quanto poco esse ricevano in cambio.
Tratto da un romanzo dello scrittore realista d’ispirazione sociale Charles G. Norris, Seed contrappone due tipi di femminilità: la donna in carriera elegante e moderna e la madre di famiglia vecchio stampo. Come in La donna proibita (1932) e Solo una notte (1933), ulteriori variazioni sul tema delle giovani indipendenti prese in trappola dall’amore, il protagonista maschile è John Boles. Attraente manichino con lo sguardo da pesce lesso, Boles incarna il noncurante egocentrismo del maschio. Il suo personaggio, uno scrittore frustrato e infastidito dalla famiglia numerosa che è costretto a mantenere, abbandona la moglie e la chiassosa prole per una vecchia fiamma che crede nel suo talento. (Nella seconda metà del film una delle figlie del protagonista è interpretata con cristallina freschezza da una giovanissima Bette Davis.) All’inizio non c’è gara tra la donna in carriera spiritosa ed elegante (Genevieve Tobin) e la madre di famiglia soddisfatta del proprio ruolo (Lois Wilson). Poi l’atteggiamento del film cambia in maniera graduale e sotterranea, sospinto dai lunghi e pazienti primi piani di Wilson. Alla fine le rivali si scoprono accomunate dalla dolorosa accettazione della delusione, affrontando l’invisibilità e la mancanza di attenzioni che costituiscono il loro destino di donne di mezz’età e prendendo amaramente coscienza del modo in cui gli uomini sminuiscono l’abnegazione femminile non esitando ad approfittarsene. La regia di Stahl è discreta fino all’invisibilità, e il film è reso ancor più straziante dalla misurata semplicità e dalla corroborante schiettezza che lo caratterizzano.
Imogen Sara Smith