Scheda Film
Come parlare dei suoi film? Dell’immagine che pulsa come un elettrocardiogramma mai piatto? E del suono, vera risonanza dello spazio? Come dimenticare Tarva Yeghanaknere? I pastori armeni e i loro animali travolti da un torrente, forse annegati, capovolti, trascinati dalla corrente? I contadini in fuga davanti a balle di fieno incatenate o che rotolano giù per pendii – qui di neve, là di pietraia? E in Menq, questo popolo armeno in lacrime nelle immagini d’archivio dei successivi rimpatri (dal 1946 al 1950): ritorno in patria, abbracci, ritrovamenti, corpi travolti dall’emozione e dal montaggio che, all’interno di queste immagini, si avvita come un vortice, una vertigine, uno smarrimento. […] Qualunque sia il tema del film, Pelechian mette in orbita un corpo umano disorientato, travolto dalla turbolenza della materia, là dove non resta più nulla di semplicemente umano e dove gli elementi – terra, fuoco, aria – riemergono con forza primordiale. Non l’uomo nel cosmo, ma il cosmo nell’uomo. In questa cosmogonia allo stato vivo, mi sembra di riconoscere un Vertov nell’epoca di Michael Snow, un Dovženko innestato su Godard, Wiseman o van der Keuken. Riconosco il flirt fatale, quasi paranoico, tra scienza e poesia, quando il cineasta, con crudele precisione, estrae la sua quota di terrore dall’emozione estetica. Serge Daney, “Libération”, 11 agosto 1983 Nel mio film gli armeni sono semplicemente un punto di partenza – un’occasione per parlare del mondo nel suo insieme, dell’uomo e della sua natura. Si può, certo, scegliere di vedere l’Armenia e gli armeni nel film, ma non ho mai avuto l’intenzione di parlare di una nazionalità specifica. Non me lo sarei permesso allora, né lo farei oggi. Se avessi voluto riferirmi solo al popolo armeno, non avrei avuto il coraggio di intitolarlo Menq (Noi). Il popolo armeno è un ‘noi’ che costituisce solo una parte di un ‘noi’ più ampio. Ogni elemento, ogni inquadratura contiene il codice genetico dell’intero film. Non esistono immagini casuali. Ogni dettaglio è stato concepito con cura e si offre come riflesso dell’insieme.
Artavazd Pelechian, intervista di Scott MacDonald in A Critical Cinema 3: Interviews with Independent Filmmakers, University of California Press, Berkeley 1998