Scheda Film
Abbiamo lavorato molto duramente per creare un ritmo allucinato e ipnotico, così da far perdere la consapevolezza degli eventi. Ci si ferma per fare il punto e si piomba in quell’atmosfera così chiusa. Ho fatto tutto quello che potevo per ipnotizzare lo spettatore e tenerlo lontano da ogni possibile spiegazione.
Peter Weir, in Jan Dawson, Picnic Under Capricorn, “Sight and Sound”, primavera 1976
Quel che più stupisce, in un film basato sul vuoto, sull’assenza e la deliberata cancellazione (“nel giorno di San Valentino del 1900 – dice una didascalia iniziale – le ragazze di un collegio femminile si recarono in gita sulla formazione vulcanica nota come Hanging Rock: alcune non fecero mai ritorno”) è la ricchezza quantitativa di ‘segni’, di ‘chiavi’ che il film stesso dissemina, quasi a illuderci di volerci portare nel cuore del labirinto. […] La violenza latente, in questo film che è anzitutto uno studio sulla repressione, minaccia di esplodere quando il reale non offre più alcun ‘segno’, alcun appiglio, come la superficie scabra di Hanging Rock: sarà la scena in cui il sergente, avvertendo l’atmosfera di linciaggio incipiente, rimanda a casa i passanti, o quella in cui Irma, l’unica superstite, ritorna a scuola, e per il suo silenzio viene aggredita dalle altre nella palestra. Al contrario, culmine e cuore segreto della vicenda saranno le scene in cui il ragazzo inglese, Mark, si reca sulla montagna per cercare anche lui le ragazze, e lascia labili segnali del suo passaggio, come nella fiaba di Pollicino, per poi trasmettere segretamente, nel pugno serrato, un ‘segno’ privilegiato all’amico Albert: un frammento di pizzo dal vestito di Irma. Mark è Dominic Guard, il piccolo go-between loseyano divenuto adolescente: ma il suo ruolo è ancora quello di un ‘intermediario’, che comunica messaggi e frammenti di discorsi altrui: intorno a lui, nel collegio e nella casa che lo ospita, anch’essa più che mai loseyana, un’Inghilterra ottocentesca cerca di decifrare quei messaggi, di celebrare i propri riti di classe e di razza, di restare eroicamente fedele ai propri pregiudizi, in una terra ostile che ha anch’essa il suo linguaggio e i suoi messaggi meno decodificabili.
Guido Fink, “Bianco e nero”, marzo-aprile 1977