Scheda Film
Da quando il cinema esiste, i treni arrivano nelle stazioni. Ma questa volta la cinepresa non è lì, ferma sul marciapiede, ad aspettare il treno e i viaggiatori, è montata sulla locomotiva che sta arrivando e che, all’alba, penetra nelle tettoie ancora semibuie della Centrale di Milano come in una caverna piena di nebbie, sprazzi di luce, suoni soffocati. È la prima, bellissima inquadratura del terzo film di Giuseppe Bertolucci, Panni sporchi, ‘documentario’ sulla stazione di Milano nato dall’inconsueto incontro fra un progetto di propaganda elettorale del PCI (per la quale il film si è rivelato inutilizzabile) e il desiderio del regista di ritornare, senza attori e senza sceneggiatura, negli stessi ambienti dove pochi mesi prima aveva girato Oggetti smarriti. Se la cinepresa dei due fratelli Lumière stava immobile a contemplare il movimento della realtà, quella di quest’altro fratello arriva dunque col treno e si muoverà continuamente, in tutti i meandri dell’antro buio, a filmare gente che non si muove, che non arriva e non parte, che il treno non lo prende mai perché nella stazione non ci passa ma ci abita. Sono i cosiddetti emarginati, la lumpenumanità senza catene ma anche senza casa e senza affetti che trascina i suoi giorni fra una sala d’aspetto e un binario morto, drogati e puttane, barboni e pugili suonati, visionari e ubriaconi, i panni sporchi della società che nessuno più invita a nascondere ma che non basta nemmeno più, neorealisticamente, esibire nella forma dell’inchiesta e della denuncia. Anche perché sono loro stessi a esibirsi, a recitare la loro situazione, ognuno col suo stile comico o drammatico, in un film senza fiction ma con tanta messa in scena da una parte e dall’altra della cinepresa.
Alberto Farassino, C’è chi parte chi arriva chi ci vive aspettando,
“la Repubblica”, 19 febbraio 1981
Panni sporchi, il mio film-verità sulla stazione di Milano, è stato molto importante su un piano di gratificazione del mio rapporto con la macchina del cinema, oltre che con la macchina da presa, perché è un film che secondo me si sostiene quasi come in un’improvvisazione di jazz. […] La chiave di lettura più legittima è psicoanalitica e non sociologica o politica: è un film sull’abbandono, sul lutto. La maggior parte dei personaggi che si raccontano nel film è stata abbandonata o ha abbandonato qualcuno.
Giuseppe Bertolucci, L’Avventurosa storia del cinema italiano. Da Teorema a Bianca,
Edizioni Cineteca di Bologna, Bologna 2026