Scheda Film
Tra tutti i registi ai margini del cinema sovietico degli anni Venti, Evgenij Červjakov è forse l’unico la cui voce è stata ascoltata, il cui cinema è diventato un evento. I suoi film furono proclamati modelli di cinema poetico, ma sarebbe più esatto definirli esistenziali. Rappresentava, per così dire, il ramo ‘soggettivo’ e personale del cinema sovietico. Non solo si dissocio apertamente dal ‘cinema intellettuale’ di Ėjzenštejn, ma in sostanza si dissocio dalla società stessa: “Il mio scopo principale era quello di mostrare, attraverso il cinema, la rabbia, l’amore, la disperazione, la gelosia – in breve, l’intera gamma dei fenomeni emotivi comunemente chiamati ‘passioni umane’. E di mostrarli al di fuori da ogni contesto storico, di vita quotidiana, industriale o altro”. Questo scriveva a proposito di Moj syn, il suo unico film sopravvissuto in forma non censurata. La premessa di Moj syn lascia pensare a un melodramma. Nella primissima scena la moglie confessa al marito che il loro neonato non è figlio suo. Ma praticamente tutto finisce lì: non ci sono molti colpi di scena in senso convenzionale, e per il resto del film la coppia deve semplicemente fare i conti con la situazione. Per Červjakov il volto umano era “il vero centro di ogni film lirico” e “il più perfetto ‘strumento’ di produzione”. I primi piani di Moj syn sono così dilatati e i campi medi (e i pochi campi lunghi) così ascetici che lo spettatore è costretto a osservare ogni segno di vita con la massima attenzione possibile, e il minimo movimento acquista significato. Schiacciata dal senso di colpa, la moglie (interpretata magistralmente da Anna Sten) evita qualsiasi gesto superfluo; per gran parte del film è sopraffatta da uno sforzo costante per contenersi. Una tensione penosa da guardare. Červjakov voleva che i suoi attori trasmettessero le emozioni solo attraverso gli occhi, senza ricorrere alla mimica o ai gesti. Quando i personaggi perdono il controllo e compiono un gesto semplice come voltare la testa o alzare lo sguardo di fronte a un insulto, l’effetto è potente quanto l’isteria in un film muto ‘normale’. Dopo la riscoperta di Moj syn a Buenos Aires nel 2008, i muti di Červjakov sono diventati le rarità più ricercate del cinema sovietico: il suo film d’esordio del 1927, Devuška s dalëkoj reki (La ragazza da un fiume lontano), e oggi in cima alla lista dei film russi e sovietici più ambiti.
Peter Bagrov