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MEGHE DHAKA TARA

MEGHE DHAKA TARA

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MEGHE DHAKA TARA

Cast and Credits

Sog.: dal romanzo omonimo di Shaktipada Rajguru. Scen.: Ritwik Ghatak. F.: Dinen Gupta. M.: Ramesh Joshi. Scgf.: Rabi Chatterjee. Mus.: Jyotirindra Moitra. Int.: Supriya Choudhury (Nita), Anil Chatterjee (Shankar), Bijan Bhattacharya (Taran, il padre), Gita Dey (la madre), Gita Ghatak (Gita), Dwiju Bhawal (Mantu, il fratello), Niranjan Roy (Sanat). Prod.: Ritwik Ghatak per Chitrakalpa.

Scheda Film

Meghe Dhaka Tara rappresenta in maniera emblematica l’angoscia della Partizione e le ripercussioni emotive che essa ebbe sulle donne. In questo film Ghatak politicizzo il melodramma per dar corpo all’immensa perdita provocata da tali sconvolgimenti. Fu il suo unico successo commerciale, ed e considerato un classico. Le conseguenze della Partizione sono descritte attraverso la vita quotidiana di una famiglia di rifugiati e di colei, Nita, che da sola provvede al suo sostentamento. Scollegando i colonizzati dai riferimenti esclusivamente coloniali, Ghatak inscrive nella storia il soggetto assente rivendicandone il passato precoloniale mediante l’appropriazione del folklore indiano e delle tradizioni mitologiche. Avido lettore di Jung, il regista elaboro nel film l’archetipo della Grande Madre quale fondamento dell’inconscio collettivo e filo conduttore spirituale che accomuna antiche culture cadute preda del colonialismo. Il film contiene tre rappresentazioni simboliche dell’archetipo: la nutrice, la madre terribile e la seduttrice. Il fatto di essere nata il giorno della Jagaddhatri puja, festività hindu bengalese che celebra la dea madre, collega Nita alla figura della nutrice. La colonna sonora e disseminata di canti agomani, forme musicali della tradizione bengalese, nei quali traspare la nostalgia senza tempo di una madre per la figlia sposata lontana e l’attesa del ricongiungimento. Grazie a un simbolismo accuratamente elaborato, il film supera i vincoli spazio-temporali per conferire un senso di universalità. Il canto del cigno di Nita diventa dunque la sfida eclatante di tutti i rifugiati: “Volevo vivere. Amo così tanto la vita che vivrò”. Con i tre tempi verbali Ghatak collega il passato al futuro, creando una continuità tra le esperienze dei colonizzati. L’uso della prima persona riscatta Nita dall’anonimato della vittima e le restituisce la capacita di agire attivamente.

Sanghita Sen

Copia proveniente da
Restauro in 4K realizzato da
Restauro realizzato in collaborazione con

Crediti di restauro

Restaurato in 4K nel 2019 da The Criterion Collection e The Film Foundation’s World Cinema Project in collaborazione con Cineteca di Bologna, presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata, a partire dai negativi originali 35mm camera e suono e da un controtipo positivo combinato provenienti da National Film Archive of India.

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