Scheda Film
I rapporti tra il MoMA e Robert Frank risalgono a oltre mezzo secolo fa. Riconoscendone l’importanza e la singolarità, Robert Frank e la sua fondazione, The Andrea Frank Trust, hanno donato al MoMA tutti i suoi materiali cinematografici, compresi gli elementi di prestampa. La collezione abbraccia l’intera carriera di Frank, dallo psicodramma Beat del 1959 Pull My Daisy a Fernando (2008), toccante ritratto di un amico artista svizzero. Il MoMA ha collaborato con Robert Frank, la sua montatrice Laura Israel e The Pace Gallery in un progetto pluriennale volto a restaurare le sue opere più significative su pellicola e in digitale.
Lungi dall’essere subordinati alle sue fotografie, i film di Robert Frank hanno profondamente cambiato il suo modo di produrre immagini. Mosso da irrequietezza e passione per l’azzardo sperimentale, Frank abbandona la fotografia per la regia alla fine degli anni Cinquanta. Quando vi fa ritorno, nei primi Settanta, il suo stile si apre alla contaminazione e alla sperimentazione. Sottopone le sue fotografie a una serie di manipolazioni: graffia e dipinge direttamente sul negativo o sulla superficie dell’emulsione, usa collage e montaggi. Le fotografie iniziano ad assomigliare a sequenze cinematografiche o storyboard, con successioni di immagini a suggerire narrazioni e l’uso di testi scritti come commento. Ritratti autobiografici e familiari come Conversations in Vermont (1969) e About Me: A Musical (1971) sono antecedenti diretti di progetti intimi e personali come il libro d’artista del 1972 The Lines of My Hand. E l’apparente improvvisazione dei film porta con sé un interesse per la gratificazione immediata delle Polaroid. I film di Robert Frank includono The Sin of Jesus (1961), adattamento di un racconto di Isaak Babel’; OK End Here (1963), intimo kammerspiel con colonna sonora originale del grande compositore e musicista jazz Ornette Coleman; e Me and My Brother (1965-68), il suo primo lungometraggio, un falso documentario con Allen Ginsberg, Joseph Chalkin (fondatore dell’Open Theater), Peter Orlovsky e suo fratello schizofrenico Julius.
Sono preziose testimonianze della bohéme newyorkese degli anni Cinquanta e Sessanta; teneri ritratti di amici; dolorose ricognizioni di tragedie personali, come la morte accidentale della figlia e la malattia mentale del figlio; diari di viaggio; riflessioni sulla vita dell’artista combattuto tra lavoro e famiglia.
Josh Siegel
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