Scheda Film
In Magalhães, il film visionario e spettrale di Lav Diaz dedicato al tentativo di Ferdinando Magellano di circumnavigare il globo, le celebri imprese dell’esploratore portoghese sono ricostruite in modo selettivo. Interpretato con severa intensità da Gael García Bernal, questo Ferdinando è al tempo stesso enigmatico e fin troppo leggibile: un uomo del suo tempo, un precursore del futuro e uno strumento di terrore. È anche marito e padre, sebbene Diaz sia meno interessato alla sua dimensione privata che al significato di concetti come ‘scoperta’ e a ciò che essa presuppone quando un gruppo di persone si impone con la violenza su un altro, il che fa del film anche una storia dell’imperialismo. […] Cadaveri giacciono disseminati sul terreno quando Ferdinando, gravemente ferito e con indosso una corazza di metallo, appare per la prima volta sullo schermo. È il 1511, all’indomani della vittoriosa campagna portoghese per la conquista della città portuale malese di Malacca. Sebbene Diaz dissemini il film di indicazioni di tempo e di luogo, che fanno da utili coordinate narrative, il suo racconto è più ellittico che enciclopedico. […] Qui Storia e narrazione tendono a convergere in momenti in cui tutto si cristallizza, nei volti, nei gesti, nelle azioni e in parole crude e spietate. Il modo più sorprendente con cui Diaz comunica, però, passa attraverso la pura bellezza delle immagini. Il film è spesso visivamente inebriante, a tratti di una bellezza folgorante, soprattutto nella rappresentazione del mondo naturale, che può farsi soffusa e rarefatta accentuando il senso di alterità ultraterrena. […] Alcuni resoconti storici ricordano Magellano per le sue avventure, le sue ambizioni, la sua tenacia e le sue capacità di navigatore, oltre che per la presunta scoperta di società preesistenti. Diaz invece trafigge sia l’uomo che i miti consueti, politicamente opportuni e autocelebrativi che lo circondano. […] L’esploratore ha i suoi momenti di trionfo, anche nella campagna per convertire al cristianesimo alcune popolazioni indigene, un’impresa che contribuisce però alla sua rovina. Eppure nulla restituisce la portata e l’ampiezza delle sue avventure quanto lo sguardo di orrore che si imprime sul volto di una donna indigena che, in una placida giornata qualunque, alza gli occhi e vede l’inizio della fine del suo mondo.
Manohla Dargis, “The New York Times”, 8 gennaio 2026