Scheda Film
Di Lang is der Veg si è letto molto ma è stato poco visto, nonostante la sua importanza storica: è tra i primi film di finzione prodotti dalla Germania che tentano di narrare l’Olocausto, e sicuramente il primo che vede collaborare alla regia un sopravvissuto (Marek Goldstein). Ma allora perché non è famoso come Morituri di Eugen York, uscito anch’esso nel 1948 e dedicato allo stesso tema? Una ragione molto semplice potrebbe essere che Morituri fu prodotto da Artur Brauner, che a cent’anni suonati continua a ricordarne l’esistenza alla Germania. Un’altra ragione, più complessa, ha a che fare con gli aspetti formali e linguistici di Lang is der Veg. Goldstein e Fredersdorf girarono il film principalmente in yiddish e in polacco, e questo alienò loro il pubblico tedesco; ma almeno fornirono dei sottotitoli, mentre Joseph von Báky lasciò esclusivamente in inglese il lungo discorso centrale di Der Ruf (1949), scelta che a quanto pare fa ancora infuriare gli spettatori… Inoltre Goldstein e Fredersdorf intrecciarono le scene di finzione con molto materiale documentario, infondendo al tutto una sensazione di urgenza e di immediatezza totalmente differente dall’estetica composta e quasi glaciale di Morituri. Lang is der Veg appare dunque un po’ sfilacciato, frammentario piuttosto che completo; ma c’è una dignità particolare in quella sensazione di cose che si rifiutano di quadrare, di incompiutezza, di un navigare a vista senza luoghi sicuri né ben definiti, di transitorietà. Se Morituri è un cenotafio di marmo, Lang is der Veg è simile a una bandiera strappata perduta nel vento dell’epoca. Una bandiera bianca e celeste, perché sono le speranze sioniste a muovere i profughi-sopravvissuti del film: vogliono andarsene dal campo di sfollati cui è ancorata la narrazione e salpare verso uno stato ebraico che non esisteva ancora quando iniziò la lavorazione, ma che era ormai nato quando il film uscì in sala.
Olaf Möller