Scheda Film
È prima di tutto una storia d’amore, di un amore in crisi. Abbiamo due coppie: una è formata da due amanti, l’altra da un padre e una figlia. Giocano per tre giorni il gioco dell’amore e delle bugie. E il gioco si conclude con un omicidio. […] Decido di chiedere a Jean-Claude Carrière, lo sceneggiatore di Pierre Étaix, di Buñuel, di Louis Malle, di scrivere la sceneggiatura. Chi meglio di lui, mi dico, può tradurre l’ambiguità dei personaggi in quello che è di fatto un dramma a porte chiuse. […] Il mio sguardo su Romy è insistente, le mie inquadrature di lei sono spesso lunghe, dal carattere quasi ieratico.
Jacques Deray, J’ai connu une belle époque, Christian Pirot, Saint-Cyr-sur-Loire 2003
‘Tutto nello sguardo’, potremmo dire. E la formula definisce piuttosto bene lo stile di Jacques Deray. Uno stile conforme alla moda del momento. E personalmente l’approvo, questa moda, poiché pone fine agli eccessi dell’arte verbosa. Riconosciamo tuttavia che non è facile raccontare una storia attraverso semplici scambi di sguardi, riducendo gli scambi di parole allo stretto indispensabile. Ecco cos’ho visto io. Gli occhi un po’ tristi e stanchi di Alain Delon, alias Jean-Paul; insieme disincantati e tormentati, innamorati e delusi, furtivi ma vivaci e perfino intensi, pieni anche di lampi di malumore. Gli occhi furbi di Romy Schneider nel ruolo di Marianne, ardenti di civetteria e poi infastiditi dai ricordi, avventati ma attenti alle conseguenze, inquieti, ombrosi, ansiosi, infine spalancati per lo stupore e il disamore. Gli occhi di Maurice Ronet che interpreta – con rara maestria – l’orgoglioso Harry: vi leggiamo un senso di superiorità beffardo, graffiante, un’arroganza irritante, fino al risveglio della coscienza allarmata di padre. Gli occhi di Jane Birkin, visitatrice solitaria: poco benevoli verso il padre, scarsamente interessati a Romy Schneider, fugaci verso Alain Delon, ma segretamente smaniosi di ricevere gli sguardi appassionati di lui.
Louis Chauvet, “Le Figaro”, 3 febbraio 1969
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