Scheda Film
Solitamente classificato come dramma, Kikos appartiene in realtà a un genere molto più sofisticato e che ben si addice a un film sulla mentalità post-rivoluzionaria: la tragicommedia. La storia si svolge intorno al 1920, durante la breve esperienza della Prima Repubblica d’Armenia guidata dalla Federazione Rivoluzionaria Armena, l’influente partito socialista noto anche come Dashnaktsutyun. Kikos è un ingenuo contadino che viene continuamente mobilitato dalle autorità, rimbalzando dai socialisti ai comunisti e viceversa.
Dal punto di vista formale, questo classico del cinema muto armeno appartiene a un vasto gruppo di film sul risveglio della coscienza di classe in un ‘piccolo uomo’, sulla scia de La madre di Pudovkin. Alla fine Kikos agguanta sul serio un fucile e spara a un ufficiale Dashnak, perché ha miracolosamente capito che il suo posto è nell’Armata Rossa. Ma sotto molti aspetti il finale suona artificioso. Kikos – come tutti i piccoli uomini della tradizione classica – è per definizione apolitico e qualunquista. È disposto ad accettare qualsiasi forma di autorità pur di continuare a coltivare in pace la terra, a vivere con sua moglie, a bere con gli amici e a parlare con il suo mulo.
In trincea Kikos cerca di scacciare i proiettili come se fossero mosche, senza fare il minimo sforzo per nascondersi. I Dashnak lo mandano a raccogliere la legna per il fuoco, e mentre si trova nella foresta l’accampamento viene bombardato; Kikos non si spaventa, ma a ogni esplosione si acciglia, perché i boati lo distraggono dal lavoro. Forse la scena più toccante è quella in cui, catturato dai Rossi, Kikos implora: “non ammazzatemi, non volevo andare in guerra” e poi aggiunge, rivolgendosi all’amico: “diglielo, Armen, che non volevo andare in guerra adesso, durante l’aratura”.
Il film è piuttosto eclettico, aspetto che irritò la censura dell’epoca e che lo rende così interessante ai nostri occhi. Parte come una tirata contro i Dashnak e con un montaggio influenzato dal cinema d’avanguardia sovietico (Ėjzenštejn, Pudovkin, Dovženko tra gli altri). Tutto d’un tratto spunta un protagonista sui generis e il film si trasforma in una commedia dai toni amari con un buon equilibrio tra precisione documentaria e grottesco. Verso la fine, in un crescendo di pathos, il film diventa molto convenzionale.
Kikos è interpretato da Ambartsum Khachanian, celebre attore comico del teatro armeno degli anni Venti e Trenta. Ebbe una carriera cinematografica molto fortunata, specializzandosi in ruoli buffoneschi. Ma il suo stile, per quanto irresistibile, appare spesso un po’ teatrale e sopra le righe. In Kikos viene immerso in un classico ambiente storico-rivoluzionario da avanguardia sovietica (non era il contorno migliore per un attore teatrale, figuriamoci per un comico) ma è lasciato libero il più possibile. È quindi al contempo limitato e ‘mobilitato’. Ciò produsse la più intensa interpretazione cinematografica di Khachanian e uno dei classici più ammirati del cinema muto armeno.
Peter Bagrov