Scheda Film
Se vogliamo orientarci in un’azione drammatica narrativamente complessa come quella di Intolerance e cogliere le frequenti analogie, i rimandi espliciti e impliciti, gli ovvi parallelismi e le brusche giustapposizioni che emergono all’interno delle varie ‘storie’ e tra una storia e l’altra, può tornarci utile la descrizione metaforica del melodramma offerta da Charles Dickens (e cos’è Intolerance se non un intreccio e un amalgama di quattro distinti melodrammi?). Scrive Dickens che “È consuetudine del teatro, in tutti i buoni melodrammi con tanto di assassini, presentare scene tragiche e comiche in regolare alternanza, come gli strati bianchi e rossi in un pezzo di pancetta magra ben stagionata”. Naturalmente in Intolerance c’è più che un’alternanza tra serio e comico, anche se la commedia occasionale e la tragedia sfiorata si susseguono spesso rapidamente. La narrazione a singhiozzo di Griffith è intenzionalmente disgregatrice: spesso si interrompe per introdurre un nuovo ambiente e nuovi personaggi invariabilmente oppressi oppure, compiendo un viaggio nel tempo, riprende il filo di un’altra catastrofe che si sta producendo in un paesaggio già familiare. Si vede così fino a che punto sia calzante la metafora di Dickens.
Intolerance è un dramma moralistico didattico. Mentre ci godiamo lo spettacolo, i dilemmi e i personaggi, ci sentiamo incessantemente fare la predica (e veniamo rimproverati per le reazioni arroganti e bacchettone a Nascita di una nazione). È uno di quei film cui probabilmente volteremmo le spalle se non fosse per la qualità artistica e la drammatica intensità di alcune storie. E Griffith ebbe una buona intuizione artistica e commerciale quando nel 1919 separò l’‘episodio babilonese’ dal resto, girò altro materiale, si inventò un finale in cui i protagonisti si salvavano e fece uscire il film con il titolo The Fall of Babylon.
Come il cinema prima del 1928, anche la danza è un linguaggio muto accompagnato dalla musica, e le due forme d’arte ebbero a volte la tentazione di imitarsi reciprocamente. In Babylon non c’è traccia di questa imitazione, ma entrambi i mezzi espressivi si incaricano di narrare la storia. L’episodio babilonese di Intolerance è il momento in cui le due nuove forme d’arte del Ventesimo secolo si incontrano pur restando distinte e fedeli a se stesse e alla propria natura. Le traiettorie delle danzatrici e degli attori si intersecano solo occasionalmente nella scena della grande danza alla corte di Belshazzar dell’episodio babilonese, accompagnate – come raccontò Lillian Gish – da ben tre orchestre sistemate strategicamente nel vasto spazio.
Ciò che Ruth St. Denis e le sue danzatrici donano a The Fall of Babylon, storia di una cultura ricca ed edonistica travolta dall’invasione di un’orda semibarbarica, è il valore dei sentimenti privati, domestici e personali, che giungono a sfidare la retorica griffithiana dell’autenticità storica. Al centro dello spettacolo risplendono emozioni – paura, esultanza, frenesia religiosa ed estasi erotica, disperazione e dolore – che per intensità e proporzioni appaiono commisurate alla sontuosa monumentalità di Babilonia.
David Mayer