Scheda Film
Marco Bellocchio, quasi certamente, è e sarà un regista di prima, forse primissima grandezza. Pare che abbia soltanto venticinque anni. Ciò che ha saputo fare con I pugni in tasca ha perciò del prodigioso. […] No, nessuno dei critici l’ha capito. Perché tutti lo hanno preso per un film tragico, mentre è un film non soltanto umoristico, ma francamente comico. […]
Indicherei tra gli antecedenti del Bellocchio uno scrittore autentico, precocemente scomparso e ancora dimenticato da tutti: Silvio d’Arzo, col suo stupendo racconto Casa d’altri. E lo indicherei non soltanto perché d’Arzo è piacentino come il Bellocchio, non soltanto perché il paesaggio invernale e appenninico è lo stesso nel racconto e nel film, ma perché, in fondo, anche le sue ispirazioni non sono lontane – sebbene veramente tragica quella del d’Arzo e comica, come abbiamo detto, quella del Bellocchio.
In che consiste tale ispirazione? È forse troppo semplice indicarla come un ‘desiderio fisiologico di finire’. […] Intanto, però, qualcuno sarebbe autorizzato a domandarmi: “E come mai può essere comico un film con un’ispirazione così spaventosa?”. E invece si può. Dopo tanti e tanti anni che una quantità di registi italiani insistono a girare film i cui protagonisti sono alienati, strani, mezzi matti (quante volte, dopo un film di Antonioni o Fellini, ho raccolto dalle labbra di uno qualunque del grosso pubblico, la seguente osservazione: “Insomma, si tratta un po’ – come dire? – di un caso di pazzia…”), ecco finalmente tutto un film dove tutti i personaggi sono matti. Tutti, compreso quello che sembra savio; ma matti da legare, proprio matti da manicomio. Una famiglia onesta, borghese, tradizionale, composta interamente da matti: da matti oggettivati concretamente, clinicamente. E la comicità nasce irresistibile dal fatto che ciascun membro della famiglia, pur avendo in qualche modo consapevolezza della propria pazzia, è talmente fiero della propria dignità borghese che non sospetta mai, neanche per un attimo, che sia necessario un ricovero in manicomio.
Mario Soldati, “Il Giorno”, 28 dicembre 1965