Scheda Film
Un ex gigolò rumeno, ora profugo della Seconda guerra mondiale bloccato in una cittadina messicana di confine, escogita un piano per sposare un’innocente maestra elementare americana e ottenere così il visto d’ingresso negli Stati Uniti. Firmata da Charles Brackett e Billy Wilder, la sceneggiatura fa pensare che il personaggio del profugo interpretato da Charles Boyer attinga in parte alla recente esperienza personale di Wilder. Eppure, nonostante i suoi molti meriti, fu proprio questo il film che, com’è noto, spinse Wilder a passare alla regia: le modifiche apportate alla sceneggiatura lo mandarono su tutte le furie. Non è difficile immaginare come Mitchell Leisen, maestro nell’arte di smussare gli spigoli, abbia attenuato il tono più amaro della sceneggiatura. Il film si apre persino con una trovata metacinematografica: il profugo Boyer entra illegalmente negli studios della Paramount, si intrufola in un teatro di posa e si avvicina allo stesso Leisen per raccontargli la propria storia come possibile soggetto per un film che vediamo poi svilupparsi in flashback. Nella cittadina di confine, il solo modo per ottenere una stanza nell’unico albergo, l’Esperanza, è aspettare che qualcuno muoia. Quando un altro profugo si impicca, Boyer prende il suo posto. Una gita scolastica porta in città un gruppo di odiosi ragazzini americani. Li accompagna un’insegnante ingenua e ben intenzionata interpretata con grande delicatezza da Olivia de Havilland, che da quel momento in poi diventa l’esca del piano di Boyer. Boyer non è certo uno stinco di santo; è l’europeo più manipolatore di tutto il cinema di Leisen, eppure le scene di seduzione sono dirette in modo da farlo apparire sincero. Il film alterna autenticità, sarcasmo e toni più cupi, mostrando con insolita franchezza il sistema dei visti basato sulle quote d’ingresso negli Stati Uniti. Nonostante le numerose carrellate, il direttore della fotografia Leo Tover scolpisce uno degli ambienti più statici e opprimenti del cinema di Leisen. Gli spazi sono chiusi e circoscritti, e il movimento ricorda quello degli animali che si aggirano inquieti tra le gabbie di un grande zoo e sgusciano attraverso piccole aperture. Quando Leisen, nel suo cameo, tenta di intercedere per il profugo, un funzionario del Dipartimento di Stato gli dice: “Lei si limiti a dirigere film”. Il finale – Boyer piegato ma ormai consapevole, che avanza controcorrente tra la folla alla frontiera – esprime una profonda empatia, legata alla resa.
Ehsan Khoshbakht