Scheda Film
Sarà magari per tutta quella masnada di vivaci e simpatiche incarnazioni che hanno trasformato il dinosauro atomico in istituzione serializzata (e fingiamo di negare l’esistenza di quella roba di Emmerich), ma spesso si tende a trascurare quanto il capostipite del 1954 sia un’opera cupissima ed emotivamente lacerante. Non voglio spaventare nessuno, ma Gojira è un film che fa davvero sul serio. Il suo DNA è incasinato quanto quello di un italiano medio, già dal nome: Gojira, una fusione di “gorilla” e “kujira” (balena in giapponese), anche se leggenda vuole che fosse in realtà l’appellativo amichevolmente appiccicato a un tizio sovrappeso della Toho. Le sue radici affondano flessuose nei territori di King Kong e di altre creature mastodontiche cresciute a Hollywood, oltre che nella mitologia squisitamente nipponica. Ma in quanto al padre naturale, non ci si può sbagliare: Godzilla (film e creatura) è figlio della bomba atomica.
La sua produzione fu certamente il frutto di una pianificazione mercantile attenta (per quanto arrischiata: costò dieci volte tanto la media dei film giapponesi realizzati all’epoca), ma questo non toglie nulla all’urgenza dolorosa dell’impresa. Nel 1946 Honda visitò Hiroshima: si ha l’impressione che Gojira sia il suo modo per catturarne l’orrore, senza riuscire a venirne a patti. A ragione, il critico José Maria Latorre ne ha sottolineato il perturbante incrocio tra documentario ruvido e film di guerra nient’affatto eroico. Tanto che la versione rivista, corretta e prontamente confezionata da Joseph E. Levine per il mercato USA (col titolo Godzilla, King of the Monsters!) si premura di sanificare l’atmosfera lasciando sul pavimento della saletta di montaggio i riferimenti più scomodi alla follia nucleare.
Oltre al mostro, l’altra figura immortale del film è il dottor Serizawa, scopritore suo malgrado di un ordigno
che distrugge l’ossigeno (oggi si direbbe ‘sistema a deplezione’ sfuggito un po’ di mano): il suo tormento di fronte al fatale amplesso tra scienza e distruzione di massa resta, a mio modo di vedere, più convincente di quello mostrato da Oppenheimer nell’ottimo film di Nolan.
Andrea Meneghelli