Scheda Film
Guillermo del Toro ambienta il suo nuovo film in uno sperduto collegio durante la Guerra civile spagnola e riempie ogni spazio – armadi, corridoi – con un’atmosfera opprimente e carica di angoscia. […] Il collegio è diventato un orfanotrofio per i figli dei repubblicani caduti, e al centro del cortile giace una bomba fascista inesplosa: una metafora pronta a detonare. Il dottor Cásares e Carmen, vecchi e tenaci militanti di sinistra che gestiscono l’orfanotrofio, si fanno a loro volta portatori di un bagaglio simbolico. L’impotenza cronica del dottor Cásares e la gamba di legno di Carmen suggeriscono la debolezza della repubblica e, come quel governo nobile e diviso, non sono in grado di difendersi dal tradimento che li minaccia dall’interno. Il serpente in questo giardino in rovina è Jacinto, ex alunno che ora è il custode. […] Poiché la storia è raccontata principalmente dal punto di vista di un ragazzino appena arrivato all’istituto, Carlos, la malvagità di Jacinto e le sue implicazioni non emergono immediatamente. L’interesse di Carlos e dei suoi compagni è assorbito soprattutto dai fumetti, dalle partite di biglie e dalle solite piccole rivalità, ma anche dal fantasma, i cui sussurri inquietanti turbano il sonno dei ragazzini…
El espinazo del diablo è arricchito dal contrasto tra la luce umida e verdastra che avvolge l’orfanotrofio di notte e il bagliore arido e arancione del giorno: un contrasto tonale rispecchiato dalla storia, che mescola horror e melodramma. Di giorno assistiamo al tumulto del mondo degli adulti, in qualche modo all’origine degli incubi che emergono al calar del sole.
Alla fine questi due mondi entrano in collisione e il film esplode con una violenza sconvolgente, mentre tutti i sottotesti – frustrazione sessuale, odio di classe, avidità irrazionale – affiorano con forza deflagrante. […]
Ma ogni facile sentimentalismo è tenuto a bada dalla violenza che grava sul passato e dalle amare lezioni della storia. La misura dell’intelligenza di del Toro come regista – e anche della sua sensibilità verso le complessità della cupa vicenda narrata – si rivela nell’ultima inquadratura, in cui un gruppo di ragazzi storditi e feriti emerge dall’orfanotrofio nella luce desolata della pianura spagnola. In quell’immagine il film trascende l’horror per addentrarsi nel territorio del dolore umano. Del Toro ci fa urlare e rabbrividire, ma si guadagna anche le nostre lacrime.
A.O. Scott, “The New York Times”, 21 novembre 2001