Scheda Film
Nel prodigioso Dao Tsui Hark (affiancato da tre martial arts directors: Yuen Bun, Mang Hoi e Stephen Tung Wai) seppellisce il wuxiapian con uno stile mai visto, realistico, crudo e turbinoso, come se un’intera tradizione non fosse mai esistita […]. Tsui recupera uno stile modernista fatto di improvvisi scarti di velocità narrativa, ellissi, spazi costruiti ipoteticamente e rovesciati come guanti. E nelle furibonde scene d’azione spesso omette i momenti culminanti: nella sequenza in cui Zhao Wenzhou (Chiu Mancheuk in cantonese) perde il braccio, non ci viene mostrata la mutilazione, ma solo i primissimi piani e i dettagli dei volti dei personaggi. Analogamente, nel duello finale tra Zhao e Xiong Xinxin, accanto alle indispensabili inquadrature quasi sempre in movimento in cui entrambi i duellanti compaiono nel quadro, vi sono momenti in cui la violenza dello scontro è espressa solo dall’alternarsi dei primi piani, dal ritmo vorticoso di salti e di improvvisi dettagli; […] non c’è più un sistema di accenti, una logica, per quanto complessa, ma un modo di procedere che verrebbe voglia di paragonare a un frattale. Un cinema che va verso la metonimia e che ritorna ancora una volta alla lezione di King Hu: la realtà è troppo veloce per essere afferrata, e il cinema per coglierne l’essenza deve farsi altrettanto illeggibile. Anche se lo spirito di fondo è molto più cupo, e non c’è più il riscatto visionario. Tsui Hark riprende elementi di The One Armed Swordsman e The New One Armed Swordsman di Zhang Che, e da un’epopea misogina trae una storia di formazione con un delicato triangolo sentimentale fra tre ragazzi, costretti a scoprire in modo traumatico le forze che regolano il mondo: sesso e violenza. […] Tsui dipinge un mondo barbaro, specchio del presente, arrivando alla fine a un senso di perdita che deve qualcosa probabilmente sia ad Ashes of Time sia a C’era una volta in America.
Alberto Pezzotta, Tutto il cinema di Hong Kong. Stili, caratteri, autori,
Baldini & Castoldi, Milano 1999