Scheda Film
Di tutta la produzione musicale del cinema degli anni Cinquanta questo film è l’unico – per rigore e felicità nell’invenzione scenografica e coreografica, ricchezza di costumi (di Maria de Matteis) legami forti con la tradizione musicale, integrazione perfetta tra regia teatrale e cinematografica – in grado di competere, da pari a pari, con i grandi musical americani. Prendendo a motivo conduttore la storia della famiglia di un cantastorie ambulante (Paolo Stoppa), il cui albero genealogico si perde nel tempo – ma il cui spirito di adattamento, la cui forza, pazienza e gioia di vivere le consentono di resistere agli assalti dei pirati saraceni, alle devastazioni, alle guerre, alla fame, alla miseria e a tutte le avversità nel corso dei secoli – attraverso canzoni, luoghi, gesti, colori, maschere, Giannini cerca di portare sullo schermo l’anima della sua città.
Partendo da una canzone antichissima Michelemmà, per giungere fino alle otto e novecentesche Funiculì funiculà, Santa Lucia lontana, Partono i bastimenti, O vita, o vita mia, Quando spunta la luna a Marechiaro, mediante una sorta di grandioso song-book, di irripetibile intensità emotiva e culturale, il regista riesce a illuminare e a accompagnare, con un fantasmagorico gioco di luci e di suoni, di profumi e odori, l’epopea gloriosa e dolente della popolazione e della cultura e civiltà popolare partenopea. Che, a un certo momento della sua storia, trova il suo interprete e portavoce più significativo nella maschera di Pulcinella. Se il film tocca e fa vibrare ininterrottamente le corde dell’emozione dello spettatore, il culmine è rappresentato dalla morte di Antonio Petito tra le quinte del San Carlino e dal discorso del figlio al pubblico in sala: “Spettabile pubblico mio padre è morto. Ma mi ha lasciato la sua maschera perché Pulcinella non lo possiamo far morire”.
Grazie al cinema vi sono città che vivono e occupano un posto stabile nell’immaginazione collettiva. Col suo unico film, Giannini ha avuto il merito di fissare per sempre nella nostra memoria di spettatori del dopoguerra un quadro e uno spirito della città che, nonostante tutto, non possiamo riusciamo e vogliamo far morire.
Gian Piero Brunetta, “la Repubblica”, 18 novembre 1990