Scheda Film
Čapaev è forse il film sovietico di maggior successo. Non si può nemmeno dire che sia stato ridistribuito perché per vari decenni non ha mai lasciato le sale cinematografiche, e quarant’anni dopo la sua uscita poteva essere visto almeno una volta al mese nei cinema di tutte le principali città sovietiche. Oggi è considerato un classico, ma perfino negli anni Sessanta e Settanta i bambini lo consideravano un blockbuster appena uscito.
Non fu solo un successo al botteghino, ma fu anche elogiato dalle autorità, da una in particolare: nel corso di un solo anno Stalin guardò Čapaev trentotto volte. Per generazioni di registi Čapaev divenne il modello, lo standard. Per i suoi autori fu al contempo motivo d’orgoglio e maledizione. “Abbiamo cresciuto un elefante”, si lamentavano i registi, “e adesso dobbiamo nutrirlo per tutta la vita”.
Nessuno si aspettava un capolavoro dai Fratelli Vasil’ev (i quali in realtà non erano fratelli ma dato che portavano lo stesso cognome – e pure molto comune – escogitarono questo accattivante pseudonimo). Montatori brillanti (leggendario il loro rimontaggio di film ‘borghesi’ europei e americani per renderli politicamente accettabili per l’Unione Sovietica), come registi erano considerati niente più che abili epigoni. E l’incarico di girare l’ennesimo film patetico su un eroe della Guerra civile la diceva lunga: tutti i maggiori registi si dedicavano ai temi caldi della collettivizzazione e dell’industrializzazione.
Il trucco stava nel genere. Che poteva essere definito ‘commedia eroica’. Boris Babočkin, mordace e spiritoso caratterista (e, andrebbe aggiunto, uomo che disprezzava ardentemente il potere sovietico), avrebbe dovuto essere l’ultima scelta per interpretare un eroico comandante rosso. Ma furono proprio il suo temperamento imprevedibile e la sua suscettibilità che, subito dopo l’uscita del film, fecero di Babočkin l’attore numero uno dell’Unione Sovietica con grande disappunto dei suoi più anziani ed eminenti colleghi.
A questa soluzione anticonvenzionale ne seguirono altre. L’insegnante di Babočkin, il grande attore teatrale Illarion Pevcov, fu scelto per interpretare il suo antagonista, e mai un ufficiale dell’Armata Bianca è stato così affascinante e intelligente in un film sovietico. La ragazza (non la ragazza di Čapaev ma quella del suo attendente) era interpretata da un’attrice del muto, Varvara Mjasnikova, che mostrava tutti i suoi trentaquattro anni ed era ben lontana dai canoni della bellezza cinematografica, ma fu precisamente questo a farla risaltare. E a trasformarla in una diva, insieme a praticamente tutti gli altri membri del cast.
Mentre lavoravano alla sceneggiatura i registi tracciarono molti ‘grafici delle reazioni emotive’ tentando di prevedere la risposta del pubblico a tutti gli sviluppi della trama. I grafici furono a dir poco derisi dai colleghi più navigati e rischiarono di diventare una barzelletta. Ma la reazione del pubblico dimostrò che erano corretti fin nei minimi particolari.