Scheda Film
Un piccolo villaggio sperduto nel Pernambuco esce dalle mappe. Non è più rintracciabile. I telefoni cellulari perdono la localizzazione. La matriarca muore. La famiglia si riunisce per il funerale. Arrivano degli invasori stranieri. Forse anche degli extraterrestri. Gli abitanti del villaggio, fieri delle loro tradizioni e della loro memoria, si trincerano nelle loro case e si difendono. Correrà del sangue. Molto sangue. Kleber Mendonça Filho torna a interrogarsi sul profondo legame che unisce lo spazio all’identità. Non è solo questione di geografia, di cartografia, di ubicazione, come nel film precedente non era solo questione di case, di abitazioni, di un tetto sulla testa. La questione è chi siamo. Perché è lo spazio che si occupa che definisce chi si è. Non è un caso infatti che Juliano Dornelles, che di Aquarius era lo scenografo, qui sia il coregista. Come là, infatti, la casa assumeva il valore di scrittura e deposito, di segno, dell’identità della protagonista, in Bacurau il villaggio che scompare non è solo l’ultima frontiera da difendere per i suoi abitanti, ma rappresenta l’ultimo avamposto per essere nel mondo e riconoscersi. Per difendere la propria memoria e attraverso essa sapere chi si è. […] Così il villaggio di Bacurau diventa un’allegoria di questi concetti sempiterni ma anche, allo stesso tempo, una metafora sull’identità del Brasile di oggi, conteso terreno di conquista per degli invasori senza scrupoli. […] Mendonça Filho e Dornelles fanno infatti del cinema politico ma lo fanno con estrosità, con indomita fantasia, con coraggiosa sregolatezza mescolando western, thriller, fantascienza, talvolta spingendosi quasi verso lo slasher, solleticando accenti da commedia e naturalmente abbracciando l’immaginario del cangaço. Su tutto un uso della musica che fonde, ancora una volta, suoni e matrici differenti per spingere la narrazione non solo fuori dallo spazio ma anche fuori dal tempo.
Chiara Borroni, “Cineforum”, n. 586, luglio 2019