Scheda Film
Immagini documentarie 1911-1918
Storia. Tra il 1895 e il 1923 la popolazione armena dell’Impero ottomano viene ridotta alla fame e sterminata attraverso una serie di omicidi di massa, deportazioni, marce della morte. Nell’ultima fase, che inizia nel 1915, il genocidio etnico degli armeni diventa un deliberato progetto politico dei Giovani Turchi che avevano preso il potere nel 1913: un progetto pianificato e portato a compimento da Mehmed Tal’at Pascià, allora ministro dell’interno. Muoiono tra ottocentomila e un milione e mezzo di armeni.
Nel corso del XIX secolo, l’Impero ottomano aveva dovuto cedere tutti i suoi territori africani alle rapaci potenze coloniali europee. La Russia aveva preso la Crimea e le terre del Caucaso, comprese la Georgia e l’Armenia orientale. Nelle guerre balcaniche del 1912-1913 l’Impero perde anche tutti i suoi ricchi territori europei che vengono spartiti fra le nazioni della Lega balcanica, spalleggiate da Russia, Francia e Austria; centinaia di migliaia di musulmani cominciano il loro esodo verso l’Asia minore. Quando l’idea di un nuovo stato turco prende forma, viene concepito come una sorta di madrepatria anatolica, abitata da una pura popolazione turca: da qui l’espropriazione, l’espulsione e infine lo sterminio di armeni, greci e assiri che vivevano in Asia Minore da tempi lontanissimi; e in un secondo tempo la repressione ai danni della cultura e della lingua della più importante minoranza musulmana presente in Turchia, quella curda.
Travelogues. I cinématographistes dei fratelli Lumière vanno in Messico (Gabriel Veyre), in Tunisia (Alexandre Promio), in Giappone (Constant Girel), a Mosca (Charles Moisson), ma non a Erivan. E il Service de voyage della Pathé frères, attivissimo nel girare travelogues e scènes d’industrie in Cina, ad Astrakhan o a Dakar, chiaramente predilige le località turistiche e le colonie francesi. La presenza cinematografica nella regione caucasica, allora sotto dominio russo, è poca cosa: il catalogo Pathé elenca solo una veduta di Gagra (1914), una di Sotchi (1913), e tre travelogues che riprendono le scenografiche montagne della zona, senza indicazioni geografiche precise (À travers la Russie, 1908; Le Caucase pittoresque, 1913; Torrents et montagnes au Caucase, 1914). Di nessuno di questi film esiste oggi traccia (e forse nessuno di essi mostrava l’Armenia).
L’eccezione alla regola è Giovanni Vitrotti (1882-1966), primo direttore della fotografia alla Società Anonima Ambrosio, che negli anni 1910-1912 si ferma più volte a Mosca; lavora, per conto dell’Ambrosio, al servizio della compagnia di produzione Thiemann & Reinhardt. In un caso si spinge con la sua cinepresa fin nella regione caucasica: il risultato sono i diciassette dal vero presenti nel catalogo Ambrosio 1911, che descrivono i paesaggi del monte Kazbek e dell’Ararat, le città di Batumi, Erivan, Wladikawkas, Mleti, Tiflis (Tbilisi), Etchmiadzin, usi e costumi dei persiani caucasici e dei cosacchi. I travelogues di Vitrotti avevano una lunghezza standard, tra i 100 e i 250 metri (durata dai 5 ai 15 minuti); fino a oggi è stato possibile rintracciare un solo titolo della serie: una copia di Ani la città delle mille chiese conservata nella collezione Joye del BFI.
Newsreel. Solo due fugaci visioni, una di Kevork V (Giorgio V) che nel 1911 diventa katholikòs e supremo patriarca di tutti gli armeni, e una di un rotolo della torah a Kutaisi, prima dello scoppio della guerra. I filmati di guerra sono difficili da trovare e difficili da identificare. Le Front Turc mostra soldati russi e prigionieri turchi, probabilmente prima della battaglia di Sarikamish. In una serie di inquadrature che recano la didascalia aggiuntiva “dall’archivio sovietico”, riconosciamo il console americano Oscar S. Heizer, che fu testimone delle deportazioni ed espropriazioni del 1915 a Trabzon (Trebisonda), di cui riferì all’ambasciatore Henry Morgenthau. Non ci sono film che documentino esplicitamente tali atrocità: le immagini che più vi si avvicinano sono le fotografie che il soldato, medico e poeta tedesco Armin T. Wegner scattò nel deserto siriano, vicino a Deir ez-Zor, uno dei punti d’arrivo delle marce della morte.
Le immagini cinematografiche hanno bisogno di ricerche per conquistare il proprio significato, per costruire il proprio racconto. Chi mostrano, dove, perché? Un campo di rifugiati armeni a Port Said? Filmato da un operatore dell’esercito francese, nel 1918? Sappiamo che 4200 abitanti di sei villaggi armeni, famosi per aver resistito cinquantatré giorni all’assedio turco a Musa Dagh, vicino ad Antiochia, vennero salvati nel 1912 dalle navi alleate e condotti a Port Said, dove vissero in un campo profughi fino alla fine della guerra.
Mariann Lewinsky