Scheda Film
Difficile non scomodare […] il Tarantino di Pulp Fiction per una sorprendente, intensa opera prima messicana, grondante in parti uguali sangue, divertimento grottesco e malinconia esistenziale, dotata per di più di un ritmo narrativo pazzesco, mozzafiato. […] La trama è intricata, tortuosa, anche se una certa focale viene fornita dalla scena, che ritorna implacabile in vari momenti del film, di un raccapricciante scontro stradale, e, come in Pulp Fiction, i personaggi si connettono l’uno con l’altro sul filo degli slittamenti temporali e della casualità più assoluta. I nessi tra loro saranno chiari solo alla fine, ma tutto sommato non è questo che importa: non è il congegno a orologeria e il gioco degli incastri che ci interessa. Ancora alla stregua del film di Tarantino e della sua rapina al diner, la sequenza iniziale ci catapulta in medias res, dritti all’interno dell’azione frenetica: un inseguimento tra due auto, un cane che sanguina abbondantemente sul sedile posteriore, un violentissimo scontro all’altezza di un incrocio. […] In un tale quadro desolato, investigato con feroce, spiegazzato realismo da una macchina da presa che ci consegna una Città del Messico livida, simile a un girone infernale, la morte, vera protagonista sotto traccia del film, funziona da pietosa e insieme implacabile livellatrice sociale […]. La dimensione di una tragedia sociale appare ineluttabile, ci affogano dentro tutti, chi più e chi meno, e i cani, come Cerbero, sembrano creature inviate lì apposta per custodire l’entrata all’inferno e per assicurarsi che nessuno sfugga al proprio destino. Una visione apocalittica di una megalopoli del terzo mondo caotico e inafferrabile […]. Una durezza, quella di Inarritu, che ha qualcosa a che fare con l’essenza più intima della vita, la sua ‘noce’, A livello visivo, una bella scommessa vinta, perché l’icasticità dei vari momenti e frammenti si fonde brillantemente con il ritmo frenetico del tutto, quasi un’onda, una ola che sembra sommergere da un momento all’altro ogni cosa.
Emanuela Martini, “Cineforum”, n. 396, luglio 2000