Scheda Film
Ambientato nell’India rurale, Ajantrik esplora l’improbabile amicizia tra Bimal e Jagaddal, ovvero un uomo e l’automobile acquistata dopo la morte della madre. Mescolando dramma umanista, umorismo dell’assurdo e un innovativo lavoro sul suono, il film trasforma una macchina in un personaggio vivo, offrendo una riflessione sulla modernità, l’alienazione e il bisogno di connessione. Sanghita Sen Quando Ghatak, divenuto profugo in seguito alla Partizione, concepì Ajantrik, la giovane nazione era divisa in due stati tra loro ostili che opprimevano i loro stessi popoli ed erano destinati a isterilirsi attraverso ripetute crisi di identità. Le popolazioni originarie dell’India vivono lungo le foreste centrali del paese e hanno sempre resistito a qualsiasi genere di colonizzazione. Ghatak aveva vissuto tra gli Oraon, all’estremità orientale di queste foreste, e sapeva che persino chi, come lui, si trovava ai margini del loro universo, poteva opporre alle violente convulsioni della civiltà una forma di compassione collettiva, nata dall’eros e dai modi di conoscere e abitare il mondo che esso genera. Danza, movimento e stendardi svolazzanti sono forme che, da semplici feticci individuali, si trasformano in alankara, figure del linguaggio e della musica. E da queste forme possono nascere astrazioni che si avvicinano al segno; notazioni capaci, a loro volta, di produrre arte e conoscenza, una narrazione che va oltre la cronologia degli eventi. Letteralmente, Ajantrik riprende il termine “jantrik” (meccanico) per rovesciarne il significato. Abbiamo assistito alla fine dell’epoca che privilegiava il meccanico a scapito dell’organico. In questo film che si presta a molteplici interpretazioni, non ponendosi un obiettivo esplicito, Ghatak vuole ricostruire per noi i segni che gli Oraon e altri popoli del mondo cercavano di trovare nella loro esperienza. Mi sembra che il movimento della danza liberi il feticcio dal suo timore ultraterreno, rendendoci nello stesso tempo estatici e lucidi. La freschezza tribale che pervade il film ci offre una promessa di libertà primordiale dalle abitudini che ci siamo cucite addosso. Il magico non può mai essere ridotto a una narrazione lineare con un inizio, una parte centrale e una fine. È ‘episodico’, iterativo, si muove in maniera curvilinea, disegna spirali che sembrano aprirsi e spingere all’espressione, contengono e liberano l’interiorità, il segreto dell’energia, del desiderio, del gioiello rubato per sempre alla sposa divina.
Kumar Shahani