1ST EDITION
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La Mostra internazionale del Cinema Libero, ormai trasferitasi definitivamente da Porretta Terme a Bologna, sta per rinnovare, a norma di statuto, il proprio Consiglio d’amministrazione. L’occasione pare propizia per rivolgere all’Amministrazione comunale di Bologna l’invito ad entrare formalmente nell’organo che gestisce la Mostra, attraverso una modifica statutaria che è nostra intenzione apportare. La riforma dello statuto attuale prevederà anche la formalizzazione di una situazione di fatto da tempo operante, indicando nella Commissione consultiva per le attività cinematografiche del Comune di Bologna l’organismo che meglio potrà esprimere la Direzione culturale della Mostra stessa. Questa proposta non è semplicemente tesa a creare le condizioni più favorevoli ad un sostanziale impegno economico da parte del Comune a vantaggio della Mostra, cioè della manifestazione che pensiamo destinata a diventare il Festival cinematografico di Bologna, ma vuole concludere nella forma istituzionale più consona un rapporto che ha origini antiche ed una storia già ricca di momenti significativi. La collaborazione fra la Commissione consultiva per le attività cinematografiche e la Cineteca del Comune di Bologna da un lato, e la Mostra internazionale del Cinema Libero dall’altro, ha inizio nel 1967 con un Convegno, Il Cinema italiano di fronte agli anni ’70, tenutosi a Palazzo Montanari. Successivamente, quando si svolge a Porretta, nel ’69, la V edizione della Mostra, la Commissione comincia ad esercitare una consulenza culturale vincolante per la rassegna e la Cineteca assume la funzione di centro organizzativo delle manifestazioni da essa promosse. I rapporti fra quella che diventerà formalmente la Cineteca comunale (1974) e la Mostra internazionale del Cinema Libero si stringono ulteriormente mentre la Commissione Cinema diventa il Comitato Scientifico della Mostra stessa in occasione del convegno La Regione e le nuove strutture del cinema italiano, tenutosi a Bologna nel dicembre 1970. A partire dall’edizione porrettana dell’anno successivo, dedicata al cinema politico, la Cineteca diviene di fatto l’ufficio di direzione della Mostra. Proprio dal ’71, d’altra parte, la Mostra inizia ad agire prevalentemente a Bologna, e va sempre più configurandosi come uno strumento operativo della Cineteca sotto il controllo culturale della Commissione cinema. A Bologna, infatti, si tengono, fra il 1972 e il 1984, quattro convegni e sei rassegne cinematografiche, senza contare le prime due edizioni de «L’Immagine Elettronica», gestite dalla Mostra. Ente senza scopo di lucro dotato di una propria fisionomia giuridica, la Mostra può operare in modo più agile di quanto non sia consentito ad un istituto comunale. Ad essa possono essere conferiti, come lo sono stati finora, contributi pubblici, in particolare dallo Stato e dalla Regione, per le sue iniziative culturali. Attraverso questo Ente, la Cineteca ha potuto dotare le proprie attività di un’articolazione atta a dare sbocco adeguato, sul piano delle manifestazioni, all’elaborazione culturale che essa va compiendo istituzionalmente. La Mostra consente infatti di superare numerose difficoltà burocratiche, agendo con la scioltezza necessaria ad imprese culturali organizzativamente complesse, e di assicurare ulteriori finanziamenti all’attività dell’Istituto.
Questa sorta di provvida «appropriazione» della Mostra da parte della Cineteca, e quindi del Comune, è avvenuta gradualmente, in ordine anche alle esigenze operative che di volta in volta emergevano. Oltre ad essere in generale uno strumento dell’attività svolta dalla Commissione Cinema e dalla Cineteca, la Mostra si è rivelata un supporto specifico delle iniziative promosse dal Comune di Bologna, in particolare per quanto riguarda sia le già citate edizioni dell’Immagine Elettronica, che la Mostra ha gestito senza alcun compenso assumendosi il rischio d’impresa, sia, attualmente, la gestione del cinema Lumière, che la Mostra ha assunto, sempre con relativo rischio imprenditoriale, a titolo gratuito, nonostante che la programmazione di questo cinema sia affidata per convenzione alla Commissione Cinema del Comune.
La vicenda accennata s’intreccia in modo non certo casuale con quella vissuta culturalmente dalla Mostra, lungo i ventisette anni trascorsi dalla sua nascita a Porretta Terme. Che cos’è stata, che cos’è la Mostra del Cinema Libero? Certamente una manifestazione «diversa, rispetto alla maggior parte dei festival che si tengono nel nostro paese e nella nostra regione; di una diversità che non deriva da volontà di aristocratico isolamento, ma da un atteggiamento culturale estraneo alle convenzioni tipiche delle manifestazioni festivaliere, generalmente dimostrative e conservative dell’esistente.
Se i festival tradizionali sono, per lo più, feste, fiori all’occhiello, fiere delle vanità, eventi di richiamo spettacolare, occasioni turistiche, omaggi alla moda dominante, la Mostra del Cinema Libero tenuta da una schiera di nomi prestigiosi della cultura e del cinema (Antonioni, Blasetti, Chiarini, De Benedetti, De Santis, De Sica, Fellini, Flora, Gadda, Lizzani, Pratolini, Repaci, Rossellini, Soldati, Ungaretti, Visconti, Zavattini) è sempre stata, in un certo senso, inattuale. Povera priva di alimentazione finanziaria sufficiente, sospetta agli organismi del potere, si è trovata obbligata, per sopravvivere, a tramutare in progetto culturale anche il proprio stato di costrizione. La diversità della Mostra non consiste solamente in un certo carattere di anti festival, ma altresì nello spazio che essa si delimita e attorno al quale cerca di raccogliere consensi, cioè nel lavoro teorico, che rappresenterà, con progressivo acquisto di consapevolezza, il risvolto positivo della sua originaria connotazione. La Mostra è in sostanza una manifestazione che ogni volta rimette in questione se stessa, interrogandosi continuamente sul cinema in quanto evento essenziale nell’orizzonte moderno. Naturalmente, la sua vocazione teorica non è stata chiara e consapevole fin dall’inizio, ma si è andata formando lungo l’arco della sua attività, nell’ambito della quale ritorna sempre la questione del significato dei festival come un interrogativo teso a chiarire la propria identità. Nel 1965 e nel 1976 a Bologna, nel 1985 a Porretta la Mostra ha tenuto tre convegni che, ponendo in causa la funzione delle attività festivaliere, hanno largamente contribuito a sciogliere l’ambiguità che la Mostra si portava dietro dalle origini, con la sua fisionomia di istituzione antistituzionale. In particolare, con il convegno del 1976, significativamente intitolato al festival cinematografici come istituti permanenti di cultura, la Mostra porta a compimento il processo intrapreso sulla linea neo istituzionale a partire da quella esplosione eversiva del 1968, di cui essa stessa aveva anticipato la realtà, sul piano del dibattito politico-culturale, nel corso degli anni precedenti.
Le tappe di questo processo, teso a trasformare la Mostra in un istituto permanente di cultura, sono stati appunto i rapporti instaurati fin dal 1967 con la Commissione Cinema e la Cineteca del Comune di Bologna. Il consolidarsi istituzionale della Mostra ed il conseguente ampliarsi degli interventi e del prestigio della Cineteca, hanno registrato un altro importante passo avanti con l’apertura del Cinema Lumière, la sala che consente all’istituto cinematografico del Comune di mantenere un rapporto giornaliero con la città sotto il profilo della promozione culturale. Il trasferimento della Mostra da Porretta a Bologna (la prima edizione bolognese si è tenuta nel dicembre 1986 proprio al cinema Lumière) è un logico punto d’approdo, che spinge la rassegna a ripensare e approfondire la sua identità. Se la storia della Mostra, infatti, è anche in larga misura la storia dei ripensamenti e approfondimenti subiti dalla formula «cinema libero», cioè di come è stato definito di volta in volta il problema della libertà in rapporto al cinema, il trasferimento a Bologna è l’ultima tappa di questa storia. II più stretto rapporto che la Mostra instaura con la Cineteca e con l’attività da cine – studio della sala Lumière (dunque con le sedi specifiche in cui il cinema si riconosce attraverso la memoria di sé, cioè attraverso la storia del proprio linguaggio) porta il problema della libertà a coincidere con quello dell’autonomia degli istituti culturali, che solo in quanto autonomi possono produrre cultura nella forma di rapporti sociali differenti. Così, la vicenda istituzionale della Mostra e la sua storia culturale si saldano originalmente, rimandando a una conclusione che sembra accordarsi pienamente con la soluzione proposta. Naturalmente, tale soluzione comporta un investimento di qualche entità economica da parte dell’Amministrazione. Un investimento che si colloca però in un quadro, quello delle istituzioni cinematografiche cittadine, in pieno movimento per quanto riguarda i rapporti con l’Ente Regione, e destinato ad una rapida evoluzione. Si consideri, infine, l’importante significato che può venire ad assumere la Mostra una volta pienamente inserita nel contesto culturale della nostra città, in un contesto cioè che facilita i rapporti interdisciplinari, attorno ad un nucleo forte di cultura cinematografica, costituito dalla Cineteca comunale, dai numerosi insegnamenti universitari, dalla presenza del DAMS, dai molti enti e associazioni che operano nel campo cinematografico.
Giampaolo Testa