MENSCHEN AM SONNTAG

Robert Siodmak, Edgar G. Ulmer, Rochus Gliese

S.: da un reportage di Kurt Siodmak. Sc.: Billie Wilder. F.: Eugen Schüfftan. M.: Otto Stenzel. P.: Filmstudio 29. In.: Erwin Splettstösser, Wolfgang von Walterschausen, Brigitte Borchert, Christl Ehlers, Annie Schreyer. Lunghezza della copia restaurata: 1.744m. 35mm.

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

La copia è stata restaurata a partire dal lavoro della Cinématèque Royale di Bruxelles che ha collazionato una copia (bellissima) con didascalie francesi e fiamminghe e una copia olandese; il lavoro è stato integrato da una copia con didascalie tedesche conservata dalla Cinémathèque Suisse. Sulla base del visto di censura e della copia di Losanna si sono potute ripristinare fedelmente, nel testo e nella forma grafica, le didascalie. Rispetto alla lunghezza originale del film mancano sempre 250m, soprattutto nel primo rullo. Originariamente concepito in gruppo da sconosciuti “giovani di talento” (tra cui Siodmak, Ulmer, Wilder, Zinnemann, Schüfftan), ma portato a termine tra mille difficoltà dal solo regista Siodmak, Menschen am Sonntag racconta un fine settimana berlinese nel 1929. La scansione temporale ricalca quella del dramma radiofonico di Ruttmann Wochenende (1928), e anche la cornice documentaria ricorda, nel taglio delle inquadrature e nel montaggio ritmico, la Berlino di Die Sinfonie der Grossstadt (1927). Ma in questa cornice, pur intervallata da un contrappunto regolare di suggestive immagini urbane, prendono lentamente corpo sullo sfondo alcune figure che nel corso del film assumono lo spessore di veri e propri personaggi (interpretati tutti da se stessi): il tassista Erwin, Wolfgang, rappresentante di vini, Brigitte, commessa di un negozio di dischi, Christal, comparsa cinematografica, e infine Annie, moglie di Erwin.
All’epoca della sua uscita nelle sale, Menschen am Sonntag riscosse un immenso successo di critica e pubblico. Inizialmente, tuttavia, l’ambiente intellettuale gli riservò un atteggiamento diffidente.
(…) Secondo Dumont “Lo sguardo che Siodmak posa sui mille e uno avvenimenti domenicali oscilla tra la ferocia e la tenerezza, ed è anzitutto ai due più grandi caricaturisti berlinesi dell’epoca, Geoge Grosz (per la ferocia) e Heinrich Zille (per la tenerezza) che conviene risalire; certe inquadrature di Menschen, del resto, sono un omaggio appena mascherato a Zille, la cui fauna proletaria, di volta in volta buffa, commovente o ridicola, popola per l’appunto gli stessi luoghi (i dipinti murali Im Freibad Wannsee e Sonntag Grunenwald, ad esempio)”.
Ma la caratteristica più affascinante viene individuata ormai nel perfetto equilibrio tra avanguardia figurativa e racconto. È ancora Dumont a sostenere che: “l’originalità primaria di Menschen am Sonntag consiste nell’aver inserito, in un lungometraggio, un’abbondanza di inquadrature documentarie in un intreccio perfettamente adeguato, in modo che réportage e finzione si illuminano vicendevolmente”. E in anni più recenti Weiss (1988) gli fa eco elogiando l’attenzione per il dettaglio (“il tappeto consumato, il fornello a gas, gli oggetti sul comodino, le bretelle dell’uomo, i vestiti della donna posti in disordine sulla sedia, le sue scarpe coi tacchi sicuramente non costose…”) e soprattutto cogliendo la peculiarità delle vedute urbane: “in questo film la città tace, si riposa; una domenica estiva velata di calore. Ruttmann aveva mostrato l’esistenza meccanizzata, il movimento della settimana in piena azione. Qui, al contrario, le macchine sono ferme; si avverte uno strano spaesamento: le strade sono assopite, abbandonate, si ha il tempo di penetrare in qualcuna delle sue abitazioni, dietro a facciate che sbadigliano tristemente. La prima sensazione che si prova è che la città è abitata, che dietro a questi muri di pietra, degli uomini respirano”. (Elena Dagrada in La città che sale, Comune di Rovereto 1990)

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