PEARL OF THE ARMY
In.: Pearl White (Pearl Dare). S.: Gay McConnell. Sc.: George B. Seitz. In.: Ralph Kellard (T.O. Adams), Mary Wayne (Bertha Bonn), Theordor Friebus (Maggiore Brent), W.T. Carleton (Colonnello Dare)), Floyd Buckley. P.: Pathé. Lunghezza complessiva della copia restaurata: 5.725m. 35mm.
THE TRAITOR – EPISODE 1
FOUND GUILTY – EPISODE 2
THE SILENT MENACE – EPISODE 3
Durata degli episodi: 29’; 21’; 26’.
WAR CLOUDS – EPISODE 4
SOMEWHERE IN GRENADA – EPISODE 5
MAJOR BRENT’S PERFIDY – EPISODE 6
Durata degli episodi: 22’; 27’; 30’.
FOR THE STAR AND STRIPES – EPISODE 7
INTERNATIONAL DIPLOMACY – EPISODE 8
Durata degli episodi: 15’; 25’
THE MONROE DOCTRINE – EPISODE 9
THE SILENT ARMY – EPISODE 10
Durata degli episodi: 29’; 12’.
Prima visione: 3.12.1916
Scheda Film
Di Pearl of the Army, uno dei serial di maggiore successo prodotti durante il primo conflitto mondiale, si conosceva una copia estremamente lacunosa conservata presso la Library of Congress di Washington (9 rulli su 30). La copia ritrovata dalla Cinémathèque Française (sotto il titolo Le Courrier de Washington) è invece praticamente completa (mancano solo due rulli). Rispetto al testo di partenza, quella francese era tuttavia una versione abbreviata e interpolata, secondo un procedimento già sperimentato dalla Pathé per Les Mystères de New York. Pearl of the Army constava infatti di 15 episodi di due rulli ognuno, che furono ridotti a 10 in Le Courrier de Washington. Il processo di adattamento produsse cambiamenti notevoli, soprattutto a partire dalla quinta puntata dell’edizione francese e, in particolare, nella distribuzione degli inizi e dei finali “interni”.
Per rispettare la formula di presentazione dell’epoca, il serial verrà presentato suddiviso in varie parti nella programmazione pomeridiana di martedì, mercoledì, giovedì e venerdì. Pubblichiamo di seguito e in alcune delle seguenti giornate stralci dello studio di Monica Dall’Asta che da anni si occupa di uno degli aspetti più dimenticati della Storia del cinema, il serial.
La questione del ruolo giocato dalla Grande Guerra nella storia del cinema appartiene a quella classe di questioni la cui centralità viene sempre enunciata senza essere mai adeguatamente indagata. La complessità delle sue articolazioni ne fa un tema certamente affascinante ma tutt’altro che maneggevole. C’è, da un lato, la constatazione ovvia che un evento delle dimensioni di una guerra mondiale afferisce a tutti i livelli dell’analisi storica del cinema. […] Mi chiedo infatti se l’importanza degli effetti di un evento storico in un certo territorio culturale non possa misurarsi al meglio nella lunghezza del suo raggio d’azione, nella sua capacità di inscriversi nelle regioni più lontane, negli oggetti più eccentrici. In altri termini: nessuna meraviglia che la prima guerra mondiale abbia l’effetto di aumentare la produzione di documentari e attualità, o che si trovi rappresentata in una miriade di melodrammi. Ma che essa agisca in profondità su un genere tipicamente d’evasione come il serial, pure in un paese relativamente tranquillo sul “fronte interno” come gli Stati Uniti, è il segno che per il cinema la Grande Guerra è davvero un cataclisma cosmico, a cui nulla resta immune.
Nell’inverno di guerra 1915-1916, mentre sui diversi fronti infuriava il conflitto, a Parigi esplodeva il fenomeno del serial. Quando ho cominciato, alcuni anni fa, a occuparmi di film a episodi, questa coincidenza mi ha subito colpito in modo prepotente. Scorrendo le prime pagine del Matin del dicembre 1915 non ho potuto reprimere la sensazione di una strana e vagamente perturbante connessione fra la guerra e il contemporaneo engouement du serial. Giorno dopo giorno, mentre la cronaca riferiva le vicende diplomatiche e le notizie dal fronte, nel feuilleton in taglio basso si dipanavano gli elettrizzanti misteri di New York, settimanalmente riassunti in immagini dagli episodi proiettati al Pathé Palace. La concorrenza, parecchio colpita dall’arruolamento di massa, si industriava a stare al passo, mettendo fuori un po’ irregolarmente, al Gaumont Palace, le vampiresche imprese di una banda di rapinatori. Anni di guerra, di storie “enigmatiche e misteriose”, di palazzi del cinema abitati da detective scientifici e donne-vampiro. Il pubblico accorreva, contagiato da una febbre nuova, da una specie di impazzimento che ne faceva, per la prima volta nella storia del cinema, una collettività di fan.
[…] Fu forse a causa delle difficoltà politiche incontrate da Patria che la Pathé decise di abbandonare il filone bellico del serial. Ma prima che questo accadesse, la compagnia aveva fatto in tempo a esprimere il proprio “contributo patriottico” con un altro preparedness serial. I primi episodi di Pearl of the Army uscirono nel dicembre 1916, in anticipo di appena un mese su Patria, ma ebbero un destino più facile. Qui non c’erano allusioni razziste e il nemico era tanto “immaginario” da non vedersi mai in faccia, un individuo tutto contorto, con la testa sempre abbassata, il cappello calcato sugli occhi e il bavero alzato: “The Silent Menace”. […]
Nelle didascalie introduttive la retorica si spreca.
“Il grande pericolo è l’agente mercenario di un paese straniero che nel buio complotta la nostra distruzione. In questo momento gli Stati Uniti sono infestati da spie che mirano a distruggerci e che costituiscono LA MINACCIA SILENZIOSA. Questo film, Pearl of the Army, ha una missione, smascherare i nostri nemici segreti. I pericoli della nazione saranno svelati da Miss Pearl White nei panni della ‘Giovanna d’Arco americana’.[…]
[…] Una volta di più, tuttavia, il termine chiave per comprendere Pearl of the Army non è “patriottismo”, ma “sfruttamento”. La visione di questo film ci consente di individuare la seconda modalità che lo sfruttamento del tema bellico assume nel serial, accanto a quella pubblicitaria legata al richiamo di pubblico implicito nell’attualità sensazionale. Essa si situa in una dimensione squisitamente produttiva e si presenta come la soluzione a un problema tipico del serial: l’allungamento del metraggio, ovvero il padding, “imbottitura”. Nel corso degli anni, gli artigiani del serial svilupparono tutta una serie di stratagemmi precisamente allo scopo di ottenere il massimo del metraggio con il minimo sforzo (e con la minima spesa). Si va dalla moltiplicazione dei flash-back alla ricapitolazione degli episodi precedenti, all’uso massiccio di didascalie. Quando venne introdotto il procedimento del cliff-hanger, anch’esso entrò a far parte dei trucchi allunga-metraggio: il cliff-hanger prevede che gli episodi si concludano con i protagonisti minacciati da un pericolo al culmine della sua intensità; il nuovo episodio ripeterà il finale, cominciando da qualche secondo prima del culmine; ma quando si era a corto di metraggio i secondi diventavano minuti e gli incipit degli episodi somigliavano a dei riassunti. Un altro tipo di riciclaggio è costituito dall’utilizzo di immagini di repertorio. Delle volte il repertorio era filmato in proprio, preparando all’inizio delle riprese uno stock di immagini-jolly da impiegare come eventuali inserti, altre volte si trattava di immagini documentarie (nei serial ferroviari, venivano usate per esempio le riprese di certi strani spettacoli di smash-up allora in voga, con vecchie locomotive ormai obsolete che si scontravano l’una con l’altra). In Pearl of the Army il repertorio è tratto dal genere documentario in quegli anni tristemente più sviluppato, il documentario di guerra. Nei primi cinque episodi (dei dieci dell’edizione francese) non si perde occasione di mostrare grandi corazzate in porto, esercitazioni militari, manifestazioni patriottiche, parate, fabbriche d’armi al lavoro, insomma tutto ciò che ha a che fare con la guerra. Lo sfruttamento della guerra non è più solo sensazionalismo, è materiale. Serve a risparmiare. Il serial trasforma perfino la guerra in un affare.
In Pearl of the Army, Pearl White è nella sua forma più smagliante, sempre in movimento, ancor più scatenata che nella trilogia di Elaine. Fin qui aveva dimostrato soprattutto destrezza e attitudine alla velocità, la “poésie acrobatique” di cui parla Delluc. Adesso Pearl l’audace abbatte anche l’ultimo tabù, l’ultima convenzione che imbriglia la rappresentazione del corpo femminile. Altro che fragilità! Nel suo sobrio abito nero, o altrimenti in giacca e calzoni militari, ingaggia furiosi combattimenti corpo a corpo con vigorosissimi figuri, li butta a terra con un pugno, si avventa sui suoi avversari con l’energia di una belva. A partire da Pearl of the Army, la regina delle serial queens raddoppia la sua furia. Fa letteralmente a botte con gli uomini. Indossata la divisa, la soldatessa Pearl diventa il modello delle forzute italiane degli anni ’20.
Secondo Ben Singer, la prova decisiva che il serial fosse un genere principalmente rivolto a un pubblico di donne è costituita dalle sue continue fantasie intorno al potere femminile. Ogni serial-queen melodrama, senza eccezione, propone un’immagine apertamente polemica di indipendenza e di supremazia femminile. Questa rappresentazione del potere femminile dissolve in modo consapevole, e qualche volta ribalta, le tradizionali posizioni di genere, mentre l’eroina acquisisce tutta una serie di privilegi, di competenze e di qualità “maschili”. [… Molti serial] attribuiscono alla donna un ruolo autorevole nella sfera pubblica. Il genere rappresenta il potere sociale delle sue eroine assegnando loro posizioni convenzionalmente maschili di autorità professionale. (…)
(…) Nel serial, la struttura del soggetto femminile dell’azione espunge il vincolo matrimoniale, che per i personaggi femminili è la configurazione tipica del soggetto di stato. Il lieto fine con cui si conclude Pearl of the Army, il ristabilimento di uno stato di quiete dopo tanta agitazione, corrisponde per l’appunto alla trasformazione del personaggio femminile da soggetto dell’azione a soggetto di stato. Solo così il film può veramente finire: se Pearl non si sposasse, il suo corpo-azione continuerebbe senza sosta a correre, inseguire, arrampicarsi, rotolarsi. L’ultimo rullo del serial, mancante tanto nella copia francese che in quella americana, conteneva l’agnizione finale: l’ambiguo T. O. Adams si rivelava essere non altri che il capitano Payne, a torto creduto morto. Il ricongiungimento con il promesso sposo motivava la fine del film, e la fine delle frenetiche imprese di Pearl. Ma solo provvisoriamente, fino al prossimo serial, dove sarebbe tornata orfana e priva di marito. Scatenate e selvagge come durante la guerra, tuttavia, le serial-queens non sarebbero mai più state. Il carattere avventuroso del serial richiamava sempre più il pubblico infantile e i moralisti, offesi dalla amoralità del gusto sensazionalista, pretendevano che il genere fosse ripulito, meno armi, meno violenza, meno thrills. Significativamente, l’inasprimento censorio del 1921 fece pulizia delle armi, ma insieme privò il serial delle sue combattive regine.
(…) I serial sono dunque “le poison des femmes et des enfants”, diffondono il gusto di un’immaginazione sanguinaria, e lo fanno programmaticamente, spudoratamente, a scopo di evasione, proprio mentre il sangue della nazione sta scorrendo a fiumi. La forte caratterizzazione infantile del pubblico cinematografico negli anni della Grande Guerra è facilmente desumibile, come ho detto, dall’improvvisa proliferazione di inchieste, articoli e pamphlet sugli effetti criminosi del cinema poliziesco sui bambini. Ma che ne è delle donne? Nei discorsi dell’epoca non si trova traccia dell’importanza del pubblico femminile nel determinare il successo delle serial queens. Eppure la novità del divismo di Pearl White, alias Pearl Vite, Pearl la veloce, non può comprendersi al di fuori del fenomeno inedito del fandom femminile: non si limita a un rapporto di semplice voyerismo (uno spettatore di fronte all’immagine della diva: questo era già ottocentesco), ma si inscrive in una dimensione concretamente comportamentale. Marcel Lapierre è stato l’unico fra gli storici “classici” ad aver riservato qualche attenzione al processo di imitazione-identificazione che Pearl la veloce suscita nelle sue fan parigine:
“Con la sua gonna di lana scozzese, la sua camicetta larga e il suo gran berretto di velluto, ella riassume l’ideale di una gioventù tutta presa d’avventura. Gli adolescenti – e anche i signori di età matura – sognano davanti alla sua fotografia. Le sartine la copiano per acconciarsi i capelli e adottano il berretto ‘alla Elaine’. È la prima volta, notiamolo, che un’artista del cinema provoca presso le figlie d’Eva un importante movimento di imitazione”.
È in questo passaggio, e non nei testi dei surrealisti, che troviamo la chiave vera del successo di Pearl White e delle altre serial queen americane. L’immagine che ci è pervenuta dell’impazzimento di Parigi e della Francia per i serial americani deriva direttamente dal surrealismo, via Sadoul. Ed è l’immagine di una surrealtà urbana che una folla anonima percorreva come un labirinto, una realtà parallela abitata da ladri fantomatici e da dinamiche ragazze detective, sovrimpressa come in una doppia esposizione allo spazio quotidiano della città.
(Monica Dall’Asta, Il cinematografo al campo, Transeuropa, 1993)