GRASS

Merian C. Cooper, Ernest B. Schoedsack, Marguerite Harrison

F.: Schoedsack. M.: Gholam Hussein. In.: Haidar Khan e Lufta. D.: 70’, 35mm.

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

“La prima cosa sarebbe capire come sia venuto in mente alla ditta Schoedsack & Cooper (allora appena inaugurata, siamo nel ’25) di andare a riprendere le migrazioni delle tribù persiane Bakhtiari. Quel che è certo è che una volta sul campo, i due cineasti sanno come far emergere la dimensione epica dell’esodo annuale dei cinquantamila orientali (il numero va moltiplicato per dieci se si aggiungono gli animali, dai pittoreschi cagnolini agli infiniti bovini macilenti), attraverso le valli ghiacciate e le impervie gole dell’Asia Minore. In Grass tutto è elementare e poderoso, assolutamente diretto. Presentazioni: un’inquadratura ciascuno per i due autori e i protagonisti. Subito dopo si procede ad inquadrare il problema, l’erba, ovvero la sopravvivenza per gli animali e, di conseguenza, per gli uomini. Grass somiglia al più classico dei western: c’è una carovana di gente che ha fame, anche se si fa ritrarre con solidi sorrisi di circostanza; c’è da raggiungere una terra promessa, resa tale dalla fertilità dei pascoli; c’è da trasportare una mandria attraverso una serie spaventosa di difficoltà e di ostacoli. La carovana procede lungo i tramonti delle mille e una notte, mentre i due autori costruiscono un racconto dalla suspense impeccabile: non più antropologici di John Ford (con cui Cooper sostituirà l’amico partito verso altri lidi) i futuri metteurs en scène di King Kong manifestano un’immediata empatia con i pellegrini asiatici, mantenendo i momenti “simpatici” entro il limite del tollerabile e puntando tutto sul senso della profondità e sulla tensione fra speranza e distanza. Dovessimo però indicare un sentimento dominante, alla fine, sarebbe la nostalgia: ma in questo senso, un ruolo determinante lo giocano sicuramente i colori, sui quali varrebbe la pena riflettere a fondo”. (Giacomo Manzoli)

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