{"id":53111,"date":"2019-06-29T19:18:07","date_gmt":"2019-06-29T17:18:07","guid":{"rendered":"http:\/\/ilcinemaritrovato.it\/?p=53111"},"modified":"2019-06-29T19:18:07","modified_gmt":"2019-06-29T17:18:07","slug":"memphis-belle-e-le-sang-des-betes-gli-effetti-del-cinema-sulle-barbarie-umane","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilcinemaritrovato.it\/en\/memphis-belle-e-le-sang-des-betes-gli-effetti-del-cinema-sulle-barbarie-umane\/","title":{"rendered":"&#8221;Memphis Belle&#8221; e &#8220;Le sang des b\u00eates&#8221;: gli effetti del cinema sulle barbarie umane."},"content":{"rendered":"<p class=\"qtranxs-available-languages-message qtranxs-available-languages-message-en\">Sorry, this entry is only available in <a href=\"https:\/\/ilcinemaritrovato.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/53111\" class=\"qtranxs-available-language-link qtranxs-available-language-link-it\" title=\"Italiano\">Italiano<\/a>.<\/p><p><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Elaborare una narrazione personale significa essere presente, avere una coscienza, fare esercizio della propria individualit\u00e0. In questo processo, gli spettatori non sono necessariamente il termine ultimo della comunicazione, ma si trasformano nello strumento attraverso cui il regista consacra la propria umanit\u00e0. E cos\u00ec, ritagliare il proprio punto di vista, la propria prospettiva sulla bestialit\u00e0 umana, pu\u00f2 essere visto come gesto formale per rendere la propria percezione un oggetto concreto, condivisibile.<!--more--><\/p>\n<p>Al contempo, la rappresentazione della violenza esce distorta dallo sguardo della camera, dall&#8217;esigenza della rappresentazione che inevitabilmente aggiunge o toglie qualcosa a ci\u00f2 che mostra. E ci\u00f2 avviene sempre, nonostante la pretesa realista del linguaggio documentaristico.<\/p>\n<p>Lo stile del regista William Wyler, ad esempio, \u00e8 caratterizzato dell&#8217;effetto di realt\u00e0: la suggestione ricercata dall&#8217;autore \u00e8 quella di una presa diretta su quanto si vede, con inquadrature ampie e statiche, al cui interno \u00e8 possibile scegliere il dettaglio su cui soffermarsi, regalando allo spettatore l&#8217;impressione di costruire la propria lettura della scena col solo orientamento dello sguardo.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 si spos\u00f2 benissimo con l&#8217;esigenza documentaristica. La produzione di <i>La bella di Memphis <\/i> \u00e8 avvenuta per la gran parte in condizioni a dir poco estreme: riprese effettuate in posizioni rischiose e faticose da mantenere, sugli aerei militari dell&#8217;epoca, non depressurizzati n\u00e9 riscaldati, con temperature che facilmente raggiungevano i -30\u00b0, con stralci di film montati sugli aerei stessi per economia di tempo. La realt\u00e0 portata in scena \u00e8 dura ed estrema, cos\u00ec come le prove cui si sottoposero i realizzatori dell&#8217;opera. L&#8217;asperit\u00e0 delle condizioni militari non \u00e8 solo soggetto della rappresentazione, ma anche realt\u00e0 in cui immergersi.<\/p>\n<p>Forse per spirito d&#8217;avventura o per pura passione, Wyler si imbarc\u00f2 in un bombardiere come volontario, entrando a far parte della missione militare come membro organico prima ancora che documentarista. Eppure, nel film di propaganda non c&#8217;\u00e8 spazio per opinioni, considerazioni personali, report in prima persona, non c&#8217;\u00e8 spazio per l&#8217;uomo: sullo schermo c&#8217;\u00e8 una realt\u00e0 presunta, e c&#8217;\u00e8 il mezzo cinematografico, cio\u00e8 la cornice traverso cui ci \u00e8 dato guardare, in assenza di una mediazione palese. La voce narrante, coi toni tipici della propaganda di guerra, esprime una visione pi\u00f9 che parziale, inevitabilmente schierata, cui per\u00f2 non si pu\u00f2 che dare ragione. Una narrazione tanto perentoria da non lasciare spazio a contrapposizioni: l&#8217;unico spazio, esterno a questa visione, \u00e8 quello del nemico. Con me o contro di me, non esistono stadi intermedi.<\/p>\n<p>Con <i>Il sangue della bestia<\/i>, invece,<i> <\/i>Georges Franju si muove<i> <\/i>attorno a procedure ordinarie, nascoste ma non segrete, debitamente <i>allontanate <\/i>dal campo visivo della societ\u00e0.<\/p>\n<p>Metafora dissacrante delle barbarie dei campi di concentramento, che solo pochi anni prima erano state mostrate dai cinegiornali, il corto mutua il linguaggio codificato del cinema documentaristico di matrice scientifica. Vi si mostra la gestualit\u00e0 e gli strumenti, la routinariet\u00e0 della soppressione della vita, la banalit\u00e0 della cerimonia, espressa dai fotogrammi in cui uno degli addetti al macello si distacca dall\u2019operazione di morte per bere da una tazza, guardando distrattamente fuori dall\u2019inquadratura.<\/p>\n<p>Qui la concretezza dei gesti \u00e8 assoluta protagonista e si staglia su una scenografia ricercata, non creata o simulata ma attesa, prevista, calcolata. Calcoli accurati hanno stabilito le condizioni per ottenere l&#8217;immagine perfetta: perch\u00e9 i fumi del mattatoio riempissero l&#8217;inquadratura nel modo ideale, sarebbe servita la luce artificiale, quindi si aspett\u00f2 novembre; perch\u00e9 i profili delle case sembrassero appiattiti, compatti con il cielo plumbeo, si aspettarono le nuvole dense di prima della pioggia. Il sangue che scorre copioso sulla scena \u00e8 vivido, nonostante il bianco e nero. Si tinge dei colori delle forti sensazioni, della ripugnanza.<\/p>\n<p>Tutto \u00e8 costruito, tutto \u00e8 finzione. Il documentario \u00e8 una categoria del cinema e, in quanto tale, \u00e8 creazione di simboli.<\/p>\n<p>I movimenti dell\u2019obiettivo sulla realt\u00e0, la sua danza tra gli spazi di luce e ombre, sono una delle poche occasioni che si offrono a un essere umano per rendere concreta l&#8217;esperienza, astrarla da s\u00e9, e quindi dalla fallibilit\u00e0 della propria percezione. A volte si riprende per mostrare qualcosa di inedito, come quando si decide di rischiare la vita per seguire l\u2019ultima missione di un bombardiere della la Seconda Guerra Mondiale. Altre volte si mostra la macellazione di un cavallo, indugiando con la cinepresa sulla gestualit\u00e0 codificata della morte, sulla violenza messa a sistema.<\/p>\n<p>In entrambi i casi, ad andare in scena non \u00e8 il dolore, ma il raccapriccio per la capacit\u00e0 mortifera degli esseri umani. L&#8217;oggetto dei nostri film \u00e8, dunque, la paura che l&#8217;uomo prova per l&#8217;uomo stesso.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Approfondimento di Annalisa Prestianni<\/p>\n<p>Nell\u2019ambito del corso di Alta Formazione per redattore multimediale e crossmediale, nel progetto di formazione della Cineteca di Bologna.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sorry, this entry is only available in Italiano. &nbsp; Elaborare una narrazione personale significa essere presente, avere una coscienza, fare esercizio della propria individualit\u00e0. In questo processo, gli spettatori non sono necessariamente il termine ultimo della comunicazione, ma si trasformano nello strumento attraverso cui il regista consacra la propria umanit\u00e0. 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