{"id":47146,"date":"2018-07-01T12:27:19","date_gmt":"2018-07-01T10:27:19","guid":{"rendered":"http:\/\/ilcinemaritrovato.it\/?p=47146"},"modified":"2018-07-01T12:27:19","modified_gmt":"2018-07-01T10:27:19","slug":"una-vita-in-lotta-il-cinema-di-yilmaz-guney","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilcinemaritrovato.it\/en\/una-vita-in-lotta-il-cinema-di-yilmaz-guney\/","title":{"rendered":"Una vita in lotta: il cinema di Yilmaz G\u00fcney"},"content":{"rendered":"<p class=\"qtranxs-available-languages-message qtranxs-available-languages-message-en\">Sorry, this entry is only available in <a href=\"https:\/\/ilcinemaritrovato.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/47146\" class=\"qtranxs-available-language-link qtranxs-available-language-link-it\" title=\"Italiano\">Italiano<\/a>.<\/p><p><\/p>\n<p>\u201cForse, anzich\u00e9 girare un documentario, <strong>Huseyin Tabak<\/strong> avrebbe potuto realizzare un film d\u2019azione\u201d. Questo \u00e8 stato il pensiero di gran parte dell\u2019audience che, nella giornata di marted\u00ec 26 giugno, ha assistito alla proiezione \u2013 tenutasi nell\u2019Auditorium DAMSlab \u2013 di <a href=\"http:\/\/ilcinemaritrovato.it\/proiezione\/die-legende-vom-ha%cc%88sslichen-ko%cc%88nig\/\"><i>The Legend of the Ugly King<\/i><\/a>, omaggio filmico del regista tedesco di origine curda. Perch\u00e9 la vita di <strong>Yilmaz G\u00fcney<\/strong>, regista, attore, carcerato politico ed esiliato, ben lungi dall\u2019essere una monotona sequela di informazioni e date, appare al cinefilo tanto avventurosa da divenire un oggetto incastonato nel mito. Una percezione, questa, non limitata agli spettatori delle sue pellicole, ma inserita profondamente nella cultura turca e curda, malgrado i tentativi censori delle autorit\u00e0. Osservando con il dovuto distacco storico, nella biografia del regista di <i>Yol<\/i> l\u2019impegno politico risulta inscindibile dall\u2019esperienza dietro la macchina da presa: dunque sar\u00e0 necessario ripercorrerli parallelamente, per provare a fornire un ritratto di una delle personalit\u00e0 pi\u00f9 celebri e discusse della storia recente turca.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Come il suo biografo Tabak, G\u00fcney possedeva origini curde (da parte di madre): l\u2019assenza di un aggregatore politico qual era e qual \u00e8 il PKK (nato nel 1978, sei anni prima della morte del regista) non imped\u00ec al Re brutto \u2013 denominazione che prese per il suo fascino non convenzionale nello star-system anatolico \u2013 di trasporre il dramma della popolazione curda nelle sue opere. Ma l\u2019analisi di G\u00fcney non partiva da basi squisitamente etniche: il principale interesse e motore attorno a cui egli gravit\u00f2 furono le classi disagiate, il sottoproletariato urbano e agricolo. Non a caso, scelse come cognome fittizio una parola \u2013 g\u00fcney, appunto \u2013 che riecheggiava le vite degli abitanti del sud della Turchia: quel sud che gli diede i natali, nei pressi della citt\u00e0 di Adana. Proveniente da una famiglia di lavoratori di cotone, seppe trasporre i ricordi di un\u2019infanzia nella miseria all\u2019interno delle sue pellicole, denunciandone da regista l\u2019inumano sfruttamento nei confronti degli ultimi della sua terra. Denunce che, assieme alle sue convinzioni comuniste, gli procurarono numerosi arresti: il primo dei quali, durato 19 mesi, fu causato da una frase contenuta nel suo romanzo <i>Morirono con le teste chine<\/i>. All\u2019epoca, G\u00fcney rappresentava uno dei volti pi\u00f9 noti del panorama attoriale turco, recitando parti che riecheggiavano figure <i>gangster<\/i>. Sei anni dopo l\u2019arresto, nel 1968, con la fondazione della sua compagnia di produzione, G\u00fcney Filmcilik, inizi\u00f2 il suo percorso da regista, inaugurato da <i>Seyyit Han<\/i> (<em>La sposa della terra<\/em>): seppur parzialmente riuscita \u2013 secondo il giudizio del suo creatore \u2013 la pellicola introduce la critica alla condizione femminile nella Turchia rurale, tratto distintivo della filmografia del re brutto. La lente dell\u2019osservazione di G\u00fcney inquadr\u00f2 spesso il mondo femminile, rappresentando la sua doppia subalternit\u00e0, nei confronti dell\u2019altro sesso e dei rapporti di classe; paradossalmente, malgrado la sua sensibilit\u00e0 filmica nei confronti del mondo delle donne, l\u2019attore-regista fece storia per i suoi comportamenti isterici ed aggressivi verso la propria prima moglie, Nebahat \u00c7ehre. Al punto che, dopo aver subito un investimento automobilistico da parte del marito, l\u2019attrice chiese e ottenne il divorzio.<\/p>\n<p>Il 1970 vide l\u2019uscita nelle sale di <i>Umut <\/i>(<em>Speranza<\/em>), incentrato sulle vicende di un vetturino con famiglia a carico, costantemente schiacciato tra la continua mancanza di clientela e l\u2019aumentare dei suoi debiti, asfissiato da una famiglia in conflitto e da un amico incline alle passioni criminose. Ben evidente \u00e8 la denuncia delle disparit\u00e0 sociali nelle citt\u00e0 turche, enfatizzate dall\u2019avanzare del progresso (rappresentato dal dualismo carrozze-taxi). Riprendendo suggestioni e focus di <i>Ladri di biciclette<\/i> e <i>Accattone<\/i>, l\u2019autore utilizz\u00f2 la sinossi del film per rappresentare le deviazioni di una speranza che, ben lontana dall\u2019essere balsamo per l\u2019esistenza o motore di un cambiamento, diveniva la causa della disfatta umana di una famiglia sospesa sull\u2019orlo del collasso. Esemplare, in questo senso, l\u2019ultima scena del lungometraggio, dove il concetto di speranza viene metaforizzato e personificato allo stesso tempo dalla corsa sfrenata di G\u00fcney, che \u2013 ormai troppo lontano dalla ragione \u2013 gira su s\u00e9 stesso. <i>Umut<\/i>, parimenti alle altre opere, non sceglie la strada del patetismo nei confronti delle terribili condizioni in cui versano i personaggi, ma adotta una visione binaria, nella quale i sottoproletari vengono opposti a famiglie benestanti o a predicatori musulmani interessati ad alimentare speranze mortifere nel cuore del protagonista Cabbar. Non si tratta di una distinzione etica \u2013 assistiamo infatti quasi ad un elenco dei lati riprovevoli di Cabbar e famiglia \u2013 bens\u00ec fondata su un\u2019ottica puramente sociopolitica: sono questi tratti a rendere il film uno degli spaccati pi\u00f9 immediati e netti delle disparit\u00e0 di classe.<\/p>\n<p>L\u2019approccio socioanalitico del re brutto si ripet\u00e9 nuovamente in un\u2019altra pellicola, nella quale lo stesso regista avrebbe dovuto vestire gli abiti del protagonista, Cevher: <i>Endise<\/i> (<em>Ansia<\/em>) sposta l\u2019attenzione dalle ombre notturne della citt\u00e0 tentacolare agli sterminati campi della provincia meridionale, dove i lavoratori di cotone si trovano sottomessi sia al padrone che ai rapporti pre-capitalisti feudali. In tale situazione viene a trovarsi Cevher, costretto a far sposare la figlia per sanare una faida, ma impossibilitato ad accettare un\u2019offerta troppo bassa, per questioni d\u2019onore; allo stesso tempo, forzato a lavorare per pagare i propri debiti, rifiuta di aderire a qualsiasi mobilitazione contro lo sfruttamento, incarnando una sorta di Lul\u00f9 (in salsa turca e fuori dalla fabbrica) senza possibilit\u00e0 di redenzione. Da questo punto di vista, si pu\u00f2 scorgere un filo conduttore nella critica all\u2019azione individuale, quando essa si presenta come scollegata dai rapporti solidaristici tra sfruttati.<\/p>\n<p>Malauguratamente, G\u00fcney si trov\u00f2 impossibilitato ad interpretare Cevher, dovendo subire un ulteriore arresto, per aver dato rifugio ad alcuni dissidenti anarchici; a tale condanna, si aggiunsero 19 anni di carcere, da scontare per aver sparato ad un giudice, Sefa Mutlu, che l\u2019aveva provocato durante una cena. Scollegato dalle classi subalterne, da cui prendeva tutta la sua ispirazione per ridipingere il microcosmo turco, rinchiuso nell\u2019isola di Imrali (la stessa che, decenni dopo, ospiter\u00e0 la carcerazione di Ocalan), dovette sopportare anche la messa al bando delle sue opere filmiche, ordinata nel 1980 dalla nuova giunta militare. Rocambolescamente fuggito prima in Svizzera e poi in Francia, si nascose sotto falso nome per sfuggire ai servizi segreti turchi: al punto che la stessa figlia (all\u2019epoca studentessa) finse di non conoscere il nome di quel regista turco che \u2013 come le disse l\u2019insegnante \u2013 aveva appena trionfato al Festival di Cannes. Due anni dopo la Palma d\u2019oro, sopraggiunse la morte, causata da un tumore allo stomaco. A distanza di trentasei anni, basta rivedere le immagini della vittoria di Cannes per avere un\u2019idea della vitalit\u00e0 del cinema di G\u00fcney: oggetti d\u2019analisi artistica e politica, i suoi film appaiono ancora oggi come uno sguardo sugli ultimi, spoglio di retorica, carico di denuncia.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Yannick Aiani<\/strong><\/p>\n<p><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sorry, this entry is only available in Italiano. \u201cForse, anzich\u00e9 girare un documentario, Huseyin Tabak avrebbe potuto realizzare un film d\u2019azione\u201d. 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