{"id":47061,"date":"2018-06-30T15:15:35","date_gmt":"2018-06-30T13:15:35","guid":{"rendered":"http:\/\/ilcinemaritrovato.it\/?p=47061"},"modified":"2018-06-30T15:15:35","modified_gmt":"2018-06-30T13:15:35","slug":"sir-christopher-frayling-il-cinema-secondo-sergio-leone","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilcinemaritrovato.it\/en\/sir-christopher-frayling-il-cinema-secondo-sergio-leone\/","title":{"rendered":"Sir Christopher Frayling: il cinema secondo Sergio Leone"},"content":{"rendered":"<p class=\"qtranxs-available-languages-message qtranxs-available-languages-message-en\">Sorry, this entry is only available in <a href=\"https:\/\/ilcinemaritrovato.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/47061\" class=\"qtranxs-available-language-link qtranxs-available-language-link-it\" title=\"Italiano\">Italiano<\/a>.<\/p><p><\/p>\n<p><em>In vista della proiezione in Piazza Maggiore della versione restaurata di \u201cC\u2019era una volta il West\u201d, lo scorso 26 giugno Sir Christopher Frayling, biografo e studioso di Sergio Leone, ha sostenuto una lezione di cinema sul genio del grande regista. Un\u2019occasione per entrare nelle fibre pi\u00f9 profonde del suo cinema e in particolare del capolavoro del 1968, \u201cC\u2019era una volta il West\u201d. Un racconto appassionato dell&#8217;amore del regista per la settima arte e di un approccio intellettuale al genere western.\u00a0<\/em><!--more--><\/p>\n<p><em>Ad introdurre la lezione di Frayling il Direttore della Cineteca di Bologna <\/em><strong>Gian Luca Farinelli<\/strong><em>: \u201cI suoi libri sono un\u2019esperienza di vita. Sir Christopher Frayling \u00e8 uno dei pochi grandi studiosi di cinema al mondo, ha molti meriti ma il pi\u00f9 grande \u00e8 sicuramente quello di aver capito la straordinaria importanza di Sergio Leone, quando la critica mondiale e soprattutto quella italiana pensava che fosse un cineasta di serie B. Frailing \u00e8 uno dei primi ad aver capito che non c\u2019erano da un lato gli autori e dall\u2019altro i registi di genere, ma che c\u2019era il cinema e come tale andava studiato. Sono veramente grato per quello che ha scritto e per essere con noi in questa straordinaria giornata dedicata al genio di Sergio Leone. In Cineteca stiamo lavorando molto su Sergio Leone e assieme alla Cinemat\u00e9que Francaise, apriremo a inizio ottobre a Parigi una grande mostra dedicata al regista\u201d. \u00a0<\/em><\/p>\n<p><strong>Sir Christopher Frayling<\/strong><em>: &#8220;<\/em>Ho curato una mostra su Sergio Leone al Museo del Cinema di Torino, nel 2004: in occasione della mostra ci fu un seminario, durante il quale una persona del pubblico mi chiese: &#8216;Mi potrebbe spiegare come mai in un museo nazionale di cinema in Italia avete organizzato una mostra su un regista che faceva film americani e sopratutto in che modo pensa che i suoi film siano autobiografici?&#8217; &#8211; \u00a0Io risposi: &#8216;Innanzitutto non accetto la distinzione tra i film di genere e i film d\u2019autore: credo che molti dei nostri registi preferiti, come John Ford o Howard Hawks abbiano fatto film di genere che erano anche film d\u2019autore. Credo che i film di Leone siano autobiografici per quattro ragioni: per prima cosa &#8216;C\u2019era una volta il West&#8217; \u00e8 il riflesso autobiografico di un giovane ragazzo che \u00e8 cresciuto in Trastevere fino ai vent\u2019anni che ha visto tantissimi film hollywoodiani degli anni \u201930\u00a0 e dai quali \u00e8 rimasto fortemente influenzato a livello visivo. Da un lato Leone amava il cinema americano, in particolare i film western e gangster, dall&#8217;altro disprezzava quello che successe a quel genere di film a partire dal dopoguerra, in particolare quando tutti scoprirono Freud e i personaggi divennero dei problemi da psicanalizzare. Una volta Leone mi disse: \u201cSe Billy The Kid avesse avuto a disposizione un analista, il suo personaggio non sarebbe mai potuto esistere\u201d. In particolare nel \u201945 e nel \u201946 ebbe modo di vedere un&#8217;enorme lista di tutti quei film americani che non erano arrivati in Italia durante la guerra: una grande indigestione di cinema americano che lui am\u00f2 moltissimo; dunque si pu\u00f2 affermare che il primo livello autobiografico \u00e8 quello di un fruitore di cinema. Un altro aspetto \u00e8 la sua autobiografia da filmmaker. Sergio inizi\u00f2 come assistente di regia a partire dai primi anni \u201950, ma prima ancora fece la comparsa in \u201cLadri di Biciclette\u201d, nel ruolo di un seminarista. Le prime esperienze nel cinema, negli anni \u201950, furono con registi italiani: Camerini fu il suo padrino, Mario Bonnard fu il suo mentore, Aldo Fabrizi un caro amico per tutta la vita. Quella rete di relazioni con registi italiani esperti rappresent\u00f2 la sua formazione. <br \/>\n Sergio ha fatto esperienza da aiuto regista con 12 registi italiani, ma ebbe anche esperienze con delle troupe americane che giravano a Roma (\u201cQuo Vadis?\u201d, \u201cElena di Troia\u201d, \u201cBen Hur\u201d, \u201cStoria di una monaca\u201d e \u201cSodoma e Gomorra\u201d). Nella sua formazione troviamo diverse esperienze nel cinema d\u2019azione, insieme ad esperienze con gli autori della Commedia all\u2019italiana. Il terzo focus \u00e8 sul contributo personale che lui stesso ha apportato ai generi a cui ha lavorato\u2013 gangster o western \u2013 facendoli suoi: Leone ha uno stile molto marcato, i suoi film non potrebbero essere di nessun altro. Possiamo dire la stessa cosa dei film western di Corbucci, Lizzani\u2026 Hanno tutti uno stile molto definito: gi\u00e0 dai primi dieci minuti si pu\u00f2 intuire chi \u00e8 l\u2019autore e anche in questo aspetto si pu\u00f2 rintracciare una componente autobiografica, autoriale. Infine nei film di Leone incorriamo in molti elementi autobiografici in senso stretto: ad esempio nel \u201943 Leone era a Napoli con il padre, al tempo una citt\u00e0 poverissima. Un giorno, viaggiando insieme al padre su una carrozza trainata da un cavallo di estrema magrezza, alla richiesta del padre di andare pi\u00f9 veloce il conducente rispose: \u2018Non posso, il cavallo al momento si alimenta di sola acqua.\u2019\u00a0 \u2013 questa \u00e8 una battuta che ritroviamo in &#8216;C\u2019era una volta il West&#8217;, nel personaggio di Sam: \u00e8 un ricordo del viaggio a Napoli negli anni \u201940.<br \/>\n La gente alla mostra chiese: \u2018Perch\u00e9 non Antonioni o Zeffirelli, perch\u00e9 non qualcuno di tipicamente italiano? [\u2026] I registi italiani dovrebbero fare film sull\u2019Italia e li devono girare per le strade italiane!\u2019 \u00a0\u2013 Questo perch\u00e9 subivano l\u2019eredit\u00e0 neorealista che credevano rappresentasse la vera essenza del cinema italiano. Ma io sono fortemente contrario. Credo che esista una specificit\u00e0 italiana tanto rispetto ai film di genere quanto ai film d\u2019autore. Nel \u201969 scrissi una lettera all\u2019ambasciata italiana chiedendo una sponsorizzazione per realizzare una rassegna su Sergio Leone al National Film Theater di Londra e la risposta fu: \u201cCrede davvero che questi film facciano una buona pubblicit\u00e0 alla cultura italiana? Perch\u00e9 non Antonioni, Pasolini?\u201d E non misero a disposizione alcun tipo di budget.<br \/>\n Le recensioni dei film di Leone sulla stampa italiana, e per certi versi quella americana e inglese del tempo, furono pessime: i suoi film non vennero mai presi sul serio. C\u2019\u00e8 una storica intervista della Rai su &#8216;C\u2019era una volta il West&#8217;, in cui il giornalista insisteva sulle possibili cattive influenze delle scene violente sul pubblico pi\u00f9 giovane.\u00a0<br \/>\n Il 26 giugno di 50 anni fa la troupe di &#8216;C\u2019era una volta il West&#8217; si stava per spostare dalla Spagna a Monument Valley, in Arizona. Ma voglio fare un passo indietro: sono le 3 del pomeriggio del 31 dicembre del 1966, a Roma, e sta per iniziare la prima del film &#8216;Il Buono, il brutto e il cattivo&#8217;. Tra il pubblico c\u2019\u00e8 un venticinquenne Bernardo Bertolucci e in cabina di proiezione c&#8217;\u00e8 il ventiseienne Dario Argento che vede Sergio Leone preoccupatissimo per la proiezione.<br \/>\n Bertolucci alla fine della proiezione and\u00f2 da Leone e disse una cosa molto bizzarra: \u201cAmo il modo in cui riprendi il \u2018di dietro\u2019 dei cavalli. Si, la maggior parte delle volte i cavalli sono filmati di profilo con un panorama sullo sfondo\u2026 mentre tu li riprendi da dietro e mi piace!\u201d.<br \/>\n Al tempo Argento lavorava per Paese Sera come critico cinematografico e scrisse una recensione entusiasta del film dichiarando che avrebbe amato lavorare con Leone. Dunque quella proiezione fu l\u2019inizio di un sodalizio artistico tra i tre.<br \/>\n Sergio era interessato a creare un film che entrasse a far parte della new wave cinematografica, pensiamo ai film di Bellocchio, di Bertolucci, alla Nouvelle Vague in Francia&#8230; Dunque dal gennaio al marzo del \u201967, nelle case di Bernardo Bertolucci, di Dario Argento e di Sergio, i tre si impegnarono a scrivere un trattamento per un film e fin dal principio Leone sapeva di volerlo chiamare &#8216;C\u2019era una volta il west&#8217;. Spieg\u00f2 ai due che voleva fare un film che si fondasse sull\u2019idea che una volta c\u2019era un certo cinema, quello degli anni \u201930 e \u201940, che per lui significava moltissimo e che ormai era passato, non esisteva pi\u00f9\u2026 Una volta c\u2019era la storia del West americano fino all\u2019arrivo della ferrovia transcontinentale che collegava il deserto alle citt\u00e0 e che distrusse per lui la &#8216;terra degli eroi&#8217;. Quindi un film sulla malinconia del cinema e sulla malinconia della Storia. Leone vedeva questi film come una sorta di guida su come affrontare la vita, si era servito di questi film per imparare come indossare un cappello, come comportarsi, come parlare\u2026 e questi personaggi rappresentavano per lui aspetti diversi dell&#8217;umano: Gary Cooper rappresentava il silenzio e la solitudine, Clark Gable rappresentava il soggetto romantico, mentre Jimmy Stewart era l\u2019uomo della porta accanto. Questi personaggi erano come degli archetipi che lo avevano aiutato ad entrare nell\u2019et\u00e0 adulta. Leone teneva molto a rendere un senso di malinconia e rifuggiva il genere del western all\u2019italiana: voleva fare un film pi\u00f9 profondo, che raccontasse del mondo che abbiamo perso e del passare del tempo.<br \/>\n Dunque da gennaio a marzo Leone, Argento e Bertolucci si sono messi a lavorare insieme e a guardare un grande numero di western. Il loro intento era di utilizzare i clich\u00e9s tipici del genere non in modo pedissequo, ma di ri-proporli in maniera un po\u2019 diversa, in modo che il pubblico ne riconoscesse alcuni elementi, ma li incontrasse in una nuova forma; l\u2019intento era anche quello di trasmettere la sensazione di una sorta di \u201cfunerale\u201d del western, come se un intero genere fosse arrivato al suo tramonto.<br \/>\n In \u201cC\u2019era una volta il West\u201d ho trovato 35 riferimenti diretti ad altrettanti film western hollywoodiani e ho avuto modo di verificarli con Dario Argento e Bernando Bertolucci. [\u2026]<br \/>\n Per comprendere meglio questo aspetto di ri-proposizione degli archetipi del western vi propongo una citazione dello stesso Leone: \u2018Volevo condensare tutti i personaggi pi\u00f9 stereotipici del western americano: le pi\u00f9 belle prostitute di New Orleans, il bandito romantico, il killer \u2013 che \u00e8 mezzo businessman mezzo killer \u2013 alla ricerca di fortuna nel nascente mercato moderno, l\u2019uomo d\u2019affari che si sente un pistolero, l\u2019avventore solitario. Con questi cinque stereotipi voglio prestare il mio omaggio al genere western e allo stesso tempo voglio mostrare i cambiamenti che attraversarono la societ\u00e0 americana del tempo. Dunque quando questi cinque stereotipi appaiono nella scena, sono consapevoli di essere, fisicamente e moralmente, le vittime della nuova era nascente. E dunque in &#8216;C\u2019era una volta il West&#8217; vediamo come l\u2019epoca di questi eroi stia volgendo al suo termine. [\u2026] In prima istanza intendevamo porre la questione di cosa \u00e8 il cinema e volevamo rispondere a questa domanda mediante una visione caleidoscopica di tutto il cinema occidentale. Dunque tutti i riferimenti ai film western della tradizione erano riproposti per rendere il contesto di tutto il western americano, e allo stesso tempo per poter raccontare la mia personalissima fiaba. Si tratta del mio umile tentativo di mescolare insieme realt\u00e0 storica e fiaba.\u201d<br \/>\n Il film usc\u00ec nel Natale del \u201968, la musica venne registrata da Ennio Morricone prima della lavorazione, per poi essere riprodotta sul set durante le riprese &#8211; ci sono foto di scena con un vecchio registratore che riproduceva la musica del film, in modo da far percepire intensamente l\u2019atmosfera agli attori. Ogni personaggio ha il suo leitmotiv musicale: Jill o Claudia Cardinale con la parte lirica, una chitarra metal per Henry Fonda, l\u2019armonica per Bronson&#8230; Morricone aveva scritto il motivo della sequenza iniziale, ma in un secondo momento opt\u00f2 per il silenzio, con i suoni della natura enfatizzati. [\u2026]<br \/>\n Morricone al tempo era da poco stato ad un concerto di John Cage a Firenze, il quale, salito sul palco con una scala di metallo, la pose vicino al microfono &#8220;suonandola&#8221; per venti minuti. Al concerto Cage aveva fatto musica con una scala. E\u2019 chiaro come, nella scena iniziale di \u2018Cera una volta il West\u2019, Morricone sia stato fortemente ispirato dalla tesi di Cage per cui tutto quello che accade in un teatro pu\u00f2 essere musica, anche i suoni dell\u2019ambiente, della natura. Ed \u00e8 esattamente quello che vediamo nella scena iniziale, una sinfonia di suoni della natura e dell&#8217;ambiente amplificati: il ronz\u00eco delle mosche, l\u2019acqua, il battere insistente del telegrafo, il treno in arrivo; e Morricone ha orchestrato tutti questi elementi come in un brano di performing art, facendo della scena un classico assoluto della storia del cinema.<br \/>\n Un ultimo aspetto, non molto noto, \u00e8 l\u2019enorme contributo dello scenografo Carlo Simi, in origine architetto, che aveva gi\u00e0 lavorato con Sergio Leone in \u2018Per un pugno di dollari\u201d. Simi Aveva questa abilit\u00e0 di creare degli interni ingranditi rispetto alla loro dimensione naturale, conferendo un\u2019enfasi particolare allo spazio, aveva anche disegnato i costumi maschili\u2026 Ho intervistato Questin Tarantino, un paio di mesi fa per il mio ultimo libro e a un certo punto mi ha detto: \u2018tutti parlano di Leone e di Morricone, ma la terza persona a cui va il merito per questo straordinario film \u00e8 Carlo Simi\u2019. L\u2019aspetto, la visione, la texture, la sensazione legata al film sono sicuramente frutto dell\u2019immaginazione di Simi. [\u2026]<\/p>\n<p>A cura di <strong>Laura Di Nicolantonio<\/strong><\/p>\n<p>Leggi l&#8217;intervista a Sir Christopher Frayling di <a href=\"http:\/\/Leggi l'intervista a Sir Christopher Frayling di Yannick Aiani\u00a0su Cinefilia Ritrovata\">Yannick Aiani<\/a>\u00a0su Cinefilia Ritrovata<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sorry, this entry is only available in Italiano. 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