MET ONZE JONGENS AAN DEN YZER
Mo.: Clemens de Landtsheer. F.: Germain Baert. P.: Flandria Films. 35mm.
Scheda Film
Il film, composto da parti documentarie girate in Belgio durante la Prima Guerra mondiale, di terribile crudezza, e da parti messe in scena all’epoca della produzione, è una testimonianza sugli orrori della guerra e su uno dei suoi più oscuri capitoli, quello relativo ai difficili rapporti tra la comunità vallona e quella fiamminga.
(…) La prima parte del film rievoca lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e l’inizio della resistenza dell’esercito belga, subito seguita dalla sua ritirata al di là dell’Yzer, un fiume del sud-ovest delle Fiandre. Per impedire al nemico di oltrepassare il fronte, l’intero territorio di questa regione venne allagato su iniziativa di un guardiano delle chiuse, Cogge, che divenne per questo un eroe nazionale. La sua azione bloccò i tedeschi e permise all’esercito belga di costituire un fronte contro il nemico (stranamente, nel film non vengono mai mostrate le truppe alleate francesi e inglesi). Le didascalie fanno riferimento alla determinazione dei soldati fiamminghi (che insieme a quelli valloni costituivano l’esercito belga) nell’affrontare questo spargimento di sangue, resistendo per quattro anni: “I soldati fiamminghi davano ascolto al loro Re, sperando che i loro sacrifici fossero di beneficio alle Fiandre”.
La seconda parte rievoca la lunga attesa dei soldati che montano la guardia in luoghi e postazioni pericolose, spesso presi di mira dai tiratori scelti delle postazioni nemiche. Provati dalla solitudine, i soldati, come recitano le didascalie, pensano alle loro “madri”.
La terza parte ci presenta l’aspetto più spietato del conflitto: soldati che tentano di proteggersi con le maschere dagli attacchi coi gas dei nemici, combattimenti con le mitragliatrici, immagini di cadaveri disseminati ovunque. In questa parte viene fornito solo uno scarno commento.
La quarta parte porta un titolo retorico, Il campo dell’onore?, ma ciò che volutamente ci viene mostrato non è certo l’onore, bensì il pieno orrore della guerra. Dopo le atroci immagini del corpo decomposto di un soldato, veniamo richiamati a un messaggio cristiano: “I soldati devono uccidere, ma Cristo ci ha detto di amarci vicendevolmente”. Altre frasi delle didascalie sono tratte da lettere dei soldati dal fronte, rievocanti le loro crudeli sofferenze. Il tono delle didascalie diviene realmente cinico e sinistro quando cumuli di cadaveri vengono descritti come “la poesia delle trincee”. Ai “Padri” e alle “Madri” viene chiesto per quanto tempo ancora saranno in grado di sopportare tutto ciò. Le ultime scene di questa parte consistono in alcune delle più raccapriccianti riprese effettuate nel corso della Prima Guerra Mondiale: gli ospedali con i soldati feriti, storpi, ciechi, orribilmente mutilati. Questa parte si conclude con una semplice domanda: “Perché?”. Come dimostrerà poi il seguito del film, per i soldati fiamminghi non vi è alcuna risposta.
Nella quinta parte il film si converte decisamente in un atto d’accusa contro lo Stato belga, richiamando l’attenzione sul destino dei soldati fiamminghi che si rifiutano di obbedire agli ordini ricevuti dai loro comandanti francofoni, che non sono nemmeno in grado di capire, essendo in una lingua diversa dalla loro, o di quelli che protestano contro la loro condizione. Vediamo una “lettera aperta” al Re del Belgio, Alberto I, in cui i soldati confessano “di aver perso ogni fiducia nei loro superiori”. Il film ci spiega poi che, invece di essere ascoltati dal Re, essi vengono mandati ai campi di lavoro forzato oppure incarcerati. Queste notizie venivano spesso pubblicate nei bollettini dal fronte, provocando reazioni di rabbia e risentimento da parte dei parenti dei soldati, divisi tra l’obbedienza al governo e il rancore contro l’ingiusta sorte dei figli. Il film insiste su questo argomento mostrandoci, alla fine di questa parte, l’inizio dell’ultima battaglia contro i tedeschi, nella quale perse la vita un numero incalcolabile di soldati fiamminghi.
La sesta e ultima parte ci mostra ulteriori immagini di questo combattimento finale, dopo le quali il film si conclude con l’amara domanda: “A cosa è servito questo massacro?”. Nella sequenza finale, come in un’immagine sacra, una giovane madre, con un bambino in braccio, è inginocchiata sulla tomba di un soldato caduto. […] (Michel Apers, Il cinematografo al campo, Transeuropa, 1993)