LADY IN THE DARK
Tit. it.:; Sog.: dal musical omonimo di Moss Hart, Kurt Weill e Ira Gershwin; Scen.: Frances Goodrich, Albert Hackett, Mitchell Leisen; F.: Ray Rennahan; M.: Alma Macrorie; Scgf.: Raoul Pene Du Bois; Cost.: Raoul Pene Du Bois, Edith Head, Mitchell Leisen, Babs Wilomez; Trucco: Wally Westmore; Su.: Earl Hayman, Walter Oberst; Effetti speciali: Gordon Jennings, Paul Lerpae, Farciot Edouart; Mu.: Robert Emmett Dolan; Canzoni: Johnny Burke, Jimmy Van Heusen, Kurt Weill e Ira Gershwin; Coreografie: Billy Daniels, Don Loper; Ass. R.: Chico Alonso; Int.: Ginger Rogers (Liza Elliott), Ray Milland (Charley Johnson), Warner Baxter (Kendall Nesbitt), Jon Hall (Randy Curtis), Barry Sullivan (Dr. Brooks), Mischa Auer (Russell Paxton), Don Loper (Adams); Prod.: Richard Blumenthal, Buddy G. DeSylva per Paramount Pictures 35mm. L.: 2740 m. D.: 100’.
Scheda Film
Tratto da un brillante musical di Broadway di Moss Hart e Kurt Weill (basato a sua volta sull’esperienza psicoanalitica dello stesso Hart) e finanziato da un generoso budget, Lady in the Dark è un ottimo rappresentante del più accattivante e glamour dei sotto-generi, quello delle riviste patinate di moda (cfr. Cover Girl, Funny Face, Woman’s World, The Best of Everything). Nel suo Technicolor a tre matrici, il film sembra un paradiso di sfilate e modelle con un bizzarro cameo di Mischa Auer nei panni di un fotografo ostentatamente gay. Ma la decisione del produttore Buddy DeSylva (che notoriamente detestava Weill) di tagliare gran parte dei numeri, compreso quello finale in cui Ginger Rogers offre un’appassionata interpretazione della canzone portante “My Ship”, è una grave pecca per il film, che resta degno di nota soprattutto per la sua capacità di affrontare di petto l’equazione, posta più indirettamente nei lavori di Minnelli o di Busby Berkeley, tra sogno (e, per estensione freudiana espressa in modo abbastanza consapevole dalla sceneggiatura, il sesso) e la spettacolarità della commedia musicale.
Gilbert Adair, Sight &Sound, Summer 1980